L'integrazione tra osservazioni geologiche di superficie e dati geofisici acquisiti in tempo reale può consentire una ricostruzione più affidabile delle fasi di propagazione e di arresto delle intrusioni magmatiche, migliorando la valutazione degli scenari eruttivi associati alle intrusioni laterali dell'Etna, tra i fenomeni più pericolosi per le comunità che vivono sulle pendici del vulcano. E' quanto emerge da uno studio di ricercatori dell'Ingv, pubblicato sulla rivista scientifica Frontiers in earth sciences, che ricostruisce quanto avvenuto sul vulcano attivo più alto d'Europa il 13 maggio 2008, quando fu possibile osservare contemporaneamente i processi che si sviluppano in superficie e in profondità durante un'intrusione magmatica, ossia la risalita del magma all'interno del vulcano lungo fratture della roccia, senza che raggiunga necessariamente la superficie per un'eruzione.

In quella data un dicco laterale, ossia un corpo di magma che si insinua lungo una fenditura della roccia, iniziò a propagarsi dal condotto di alimentazione centrale del vulcano verso nord, generando un esteso campo di fratture in superficie e una sequenza di terremoti che ne accompagnò l'avanzata, tracciandone con precisione la migrazione. Il magma non raggiunse la superficie sul fianco settentrionale: la propagazione cambiò direzione verso sud, dando origine all'eruzione nella Valle del Bove.