Roma, 28 lug. (askanews) – Un nuovo studio curato da un team di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) ricostruisce quanto avvenuto sull’Etna il 13 maggio 2008, quando fu possibile osservare contemporaneamente i processi che si sviluppano in superficie e in profondità durante un’intrusione magmatica, ossia la risalita del magma all’interno del vulcano lungo fratture della roccia, senza che raggiunga necessariamente la superficie per un’eruzione. Lo studio, intitolato “The 2008 Mt. Etna dike arrest: integration of structural investigation, seismic and energy-balance analysis”, è stato recentemente pubblicato sulla rivista scientifica Frontiers in Earth Sciences. In quella data un dicco laterale, ossia un corpo di magma che si insinua lungo una fenditura della roccia, iniziò a propagarsi dal condotto di alimentazione centrale del vulcano verso nord, generando un esteso campo di fratture in superficie e una sequenza di terremoti che ne accompagnò l’avanzata, tracciandone con precisione la migrazione. Il magma non raggiunse la superficie sul fianco settentrionale: la propagazione cambiò direzione verso sud, dando origine all’eruzione nella Valle del Bove. Sul terreno rimase un campo di fratture “secco”, cioè non eruttivo, uno dei casi più significativi di interazione tra un’intrusione magmatica e la deformazione fragile del suolo.
Etna, Ingv: studio caso del 2008 per comprendere propagazione intrusioni magmatiche
Integrati dati geologici e sismologici






