Ottobre 1957. Christian Dior arriva a Villa Reale di Marlia e la definisce «un sogno». Pochi giorni dopo scomparirà. Quella visita, quasi una scena finale, dice molto del luogo e soprattutto della donna che lo aveva trasformato in uno dei crocevia culturali più sofisticati del Novecento: Mimì Pecci Blunt.

Prima che qualcuno inventasse parole come lifestyle o cultural tastemaker, Mimì aveva già capito tutto. Che lo stile non coincide con ciò che si indossa, ma con il mondo che si riesce a costruire intorno a sé. Collezionista, mecenate, padrona di casa e intellettuale cosmopolita, metteva sullo stesso piano un abito, un’opera d’arte, un giardino, una conversazione. E soprattutto le persone.

A Marlia passarono Jean Cocteau, Salvador Dalí, Serge Lifar, Arthur Rubinstein, Curzio Malaparte, Alberto Moravia e molti altri protagonisti della cultura europea. Non era la semplice mondanità di un salotto aristocratico. Mimì aveva il talento, molto più raro, di far incontrare linguaggi diversi: moda, musica, letteratura, danza e architettura diventavano parti di una stessa conversazione.

Anche la villa seguiva questa regola. Quando Mimì l’acquistò non cercò di congelarne il passato, ma lo mise al lavoro nel presente. Affidò a Jacques Gréber il progetto dei giardini, introducendo uno dei primi esempi italiani di linguaggio Art Déco nel paesaggio, e fece convivere arredi antichi, arte moderna, fotografie e oggetti. Irene Brin avrebbe trovato per tutto questo una definizione magnifica: «disordine colto».