di Luciano Ferraro
Fu il primo a credere nella longevità di quel rosso che veniva servito sfuso nelle trattorie, portandolo a competere con i grandi nomi dell'enologia mondiale
Emidio Pepe è stato il primo a credere nelle longevità del Montepulciano d’Abruzzo, di cui ha incarnato grandezza e sobrietà. È morto a 94 anni. Chiara De Iulis Pepe, 31 anni, è la nipote prediletta di Emidio, ha seguito il nonno ovunque. Uno degli ultimi viaggi è stato a Las Vegas. All’inizio «è stata una guerra», ha raccontato Emidio. Nessuno credeva che quel vino rosso servito sfuso nelle trattorie abruzzesi degli anni 60 potesse competere con i grandi rossi mondiali.
«Ho puntato sul Montepulciano e su me stesso, sapevo che avrei potuto farcela. Ci sono riuscito». Emidio ha cominciato a lavorare a 14 anni in campagna con i genitori e i nonni. «A 30 anni ho deciso di concentrarmi sull’unica cosa che sapevo veramente fare: il vino. Sono partito da zero, ho cercato il mercato giusto per produrre il Montepulciano e il Trebbiano migliori che la natura potesse darmi». Ogni anno, una parte delle bottiglie è stata conservata nella cantina di Torano Nuovo.
Pepe parlava più in dialetto abruzzese che in italiano ma sapeva comunque farsi capire in tutto il mondo. Usava solo metodi naturali, a partire dalla pigiatura con i piedi. Emidio parlava al vino: «Continua a vivere a lungo, perché io credo in te», diceva. Lo chiamavano «la Sfinge». La sua vita è stata raccontata da Sandro Sangiorgi in un libro. Il titolo, Manteniamoci giovani, richiama il saluto che Pepe rivolgeva ai clienti che visitavano la cantina. Racconta attraverso la carriera di un uomo, un pezzo di storia italiana. Vista dalla parte degli uomini che negli Anni '60 si sono spaccati la schiena per realizzare un sogno. La casata ha origine dal trisavolo Luigi, ciclopico, uno che «andava a macinare il grano e portava più lui che l’asino». Emidio ha ereditato la forza: a 10 anni era già al lavoro con vacche e aratro. A 13 innestava le viti, a 16 diventò fattore. Quando iniziò a fare il vino lo presero per matto. Perché voleva dimostrare che il Montepulciano non è il vinello da bere giovane, come allora pensavano tutti. È un grande vino. Aveva ragione lui, la Sfinge.











