Oggi ci ha lasciato uno dei grandi patriarchi del vino e della terra. Classe 1932, Emidio Pepe di vendemmie ne ha fatte oltre sessanta e con la sua tenacia visionaria ha contribuito a scrivere una storia importante per la sua regione e per i vitigni abruzzesi. Grande interprete del Montepulciano e del Trebbiano, ha saputo valorizzare la vocazione del tempo come alleato supremo di questi vini, trasformando l'attesa in una vera e propria forma d'arte. In un’epoca d’accelerazione Emidio Pepe ci ha ricordato una verità ormai quasi eversiva, le cose davvero grandi hanno bisogno di tempo.

La storia di Pepe comincia nel 1964 a Torano Nuovo, tra i profili dolci delle Colline Teramane. Erano gli anni del boom economico, dell’industrializzazione agricola a tutti i costi, ma in quell’epoca Pepe compiva una scelta radicale. Fidarsi solo della natura, delle proprie mani e del lento trascorrere degli anni. Dalla prima vendemmia il metodo non cambia, le uve vengono trattate con delicatezza e manualità. In cantina una scelta, che oggi sta riconquistando molti viticoltori, è da sempre stata un punto fermo del metodo Pepe, non legno, non acciaio, ma vasche di cemento. Il cemento è sempre stato per il vignaiolo abruzzese, l’habitat naturale in cui lasciar respirare il vino senza alterarlo. C’è poi il vetro, è, infatti, la bottiglia a rappresentare l’ambiente di affinamento eletto, un compagno neutrale in cui custodire il vino al buio della cantina così da sfidare i decenni, lasciando che il tempo trasformasse la ruvidezza della gioventù in pura eleganza.