La competizione geopolitica tra Cina e Stati Uniti attorno all’intelligenza artificiale ha superato la fase della semplice rincorsa alle prestazioni generali, traducendosi nella costruzione di ecosistemi industriali distinti, autarchici e reciprocamente incompatibili.È quanto emerge dallo studio “The Great Divide: How the US and China Are Splitting the AI World” del BCG Institute, think tank di Boston Consulting Group (BCG), che analizza le strategie delle due superpotenze lungo sei fattori chiave: capitale, talento, proprietà intellettuale, dati, energia e potenza di calcolo.Le evidenze mostrano come Stati Uniti e Cina abbiano accelerato la corsa verso la cosiddetta “AI sovereignty”, modellando l’intero stack tecnologico – dall’hardware ai chip, dalle infrastrutture di calcolo fino ai modelli e ai software applicativi – in modo da ridurre drasticamente le dipendenze reciproche.Se fino a poco tempo fa aziende e governi potevano combinare liberamente componenti americane e cinesi, l’inasprimento dei controlli all’esportazione e le divergenze tecniche rendono la neutralità una posizione sempre meno sostenibile.L’intelligenza artificiale si è trasformata da bene tecnologico per cui competere a risorsa strategica primaria con cui competere sui mercati globali e sul piano industriale.Di fronte a una spaccatura ormai strutturale, i CEO e i decisori politici si trovano a un bivio imminente: la scelta dello stack tecnologico su cui fondare la propria infrastruttura aziendale definirà non soltanto le prestazioni operative, ma anche i percorsi di espansione geografica e il livello di esposizione alle tensioni geopolitiche.Indice degli argomenti