Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiMango archivia il primo semestre 2025 con un fatturato che cresce del 7,2% anno su anno (+10,7% a tassi di cambio costanti) e continua a investire nel retail fisico e online. Il giro d’affari complessivo per 1,852 miliardi di euro è stato spinto infatti da 127 aperture e 37 ristrutturazioni di negozi nel mondo, portando il network oltre la soglia dei 2.960 punti vendita in oltre 120 mercati mentre l’e-commerce arriva ora a pesare 32% del fatturato complessivo, avendo «registrato una crescita a doppia cifra», come ha reso noto ieri la stessa insegna spagnola del fast fashion. Se l’investimento a supporto del retail fisico è stato nel periodo di 90 milioni di euro (compresi gli interventi nella rete operativa, tecnologica e nell'ampliamento del Mango Campus a Barcellona), per la parte restante dell’anno in corso l’attenzione è posta su ulteriori inaugurazioni globali, tra cui i 22 shop-in-shop annunciati entro il 2028 all’interno dei negozi Coin (i dettagli della nuova strategia del department store italiano su ItaliaOggi del 4/6/2026).
Il fast fashion sorride poco
Quelli di Mango (già travolta dalla morte del fondatore Isak Andic e l’arresto per parricidio del figlio Jonathan Antic) non sono risultati scontati per il settore del fast fashion visto il contesto macro-economico e geopolitico. Infatti, sempre ieri, la piattaforma online Shein ha chiuso il primo trimestre 2026 con una perdita netta di 99 milioni di dollari (pari a 87 milioni di euro), rispetto a un utile di 395 milioni di dollari nello stesso periodo dell'anno precedente. Il risultato è stato penalizzato, all’indomani della quotazione a Hong Kong, sia da motivi contabili sia pure dall’abolizione precedente dell'esenzione doganale de minimis per le esportazioni negli Stati Uniti. Ma non c’è solo Shein che soffre: Primark, già posizionata sul concetto di convenienza, ha segnato vendite in calo e una politica di taglio dei prezzi fino al 29%; invece H&M aveva annunciato ad aprile scorso un ridimensionamento del network retail, tra l’altro, con la chiusura di 160 negozi. In tutta Europa, infine, le aziende soprattutto del fast fashion stanno riorganizzando la catena di approvvigionamento, i loro magazzini e i canali di eventuale riciclo dei prodotti per rispondere al nuovo regolamento Ue 2024/1781 (Espr-Ecodesign for sustainable products regulation), in vigore dallo scorso 19 luglio, che vuole ridurre gli sprechi produttivi imponendo la tracciabilità dei capi invenduti o al termine del loro ciclo di vita.










