di Micol Sarfatti
Con 14 medaglie, la campionessa di pattinaggio è l'atleta più premiata della storia olimpica italiana. Ai primi Giochi (Torino 2006) aveva 16 anni: «Mi presero per una volontaria». Le Olimpiadi 2030? «Avrò 40 anni, ma l'età è solo un numero»...
È l’atleta italiana più medagliata nella storia dei Giochi Olimpici, 14 tra ori, argenti e bronzi, e ha una carriera ventennale non ancora finita. Arianna Fontana, valtellinese, 36 anni, ha scalato una vetta su cui nessuno, per ora, l’ha raggiunta, eppure rifugge ogni forma di divismo. Al suo palmarès si è aggiunto anche un riconoscimento non sportivo: la Mela d’Oro per lo Sport nell’ambito della 38esima edizione del premio Marisa Bellisario.
Le Olimpiadi di Milano Cortina hanno amplificato la sua popolarità. Come la vive? «Credo sia un effetto dell’Olimpiade italiana seguita, per ovvi motivi, con più attenzione dal pubblico e dai media. Io e altri miei colleghi delle discipline invernali siamo riusciti a farci conoscere un po’ meglio. Mi piace l’affetto che sto ricevendo».
Cosa le chiede chi la incontra? «A parte i selfie e gli autografi mi dicono di non smettere, mi chiedono di continuare a gareggiare, questo mi riempie di gioia e di orgoglio». A Milano Cortina è stata sia portabandiera dell’Italia, raddoppio dopo il 2018 a Pyeongchan, sia l’atleta che ha spento il braciere olimpico a Verona. «Due emozioni incredibili: nella cerimonia di apertura ho condiviso l’onore con il campione di fondo Federico Pellegrino. Noi atleti gestiamo adrenalina e sentimenti di altro tipo, in questi momenti possiamo farci travolgere, essere noi stessi. Io e Chicco a San Siro ce la siamo proprio goduta: prima di entrare ci siamo dati un abbraccio perché eravamo molto agitati, lui mi ha detto “Viviamola fino in fondo”. Siamo entrati e abbiamo iniziato a saltare e girare su noi stessi, come bambini. È stato bellissimo. Il momento della cerimonia di chiusura è stato altrettanto solenne, ma sen- tivo uno strano mix di felicità per tutto quello che avevo vissuto e malinconia per la chiusura di questa Olimpiade incredibile, in cui ho sentito grande affetto da parte di tutta Italia». Venti anni prima c’era stato il suo esordio a Torino 2006, di quella Olimpiade cosa ricorda? «Avevo 16 anni. Sapevo di essere un’olimpionica, di rappresentare l’Italia, ma non capivo la portata di tutto. Di quell’anno, oggi, è come se avessi tanti piccoli flashback sbiaditi, come spezzoni di sogni, invece sono cose accadute per davvero. Ricordo quando sono arrivata al villaggio olimpico e mi hanno scambiata per una volontaria. Poi la mia prima gara, i 500 metri, le gambe che tremano sulla linea di partenza. La gioia negli occhi delle mie compagne di squadra quando abbiamo vinto la medaglia di bronzo nella staffetta. Per me era la prima vittoria per loro, molto più grandi di me, un sogno inseguito per anni». Perché ha scelto il pattinaggio di velocità? «Per caso. Sono valtellinese, i miei genitori hanno provato a far fare a me e mio fratello qualunque tipo di sport invernale o estivo: sci, karate, rugby, atletica, calcio... Un giorno abbiamo seguito un vicino di casa che pattinava nella zona di Valmalenco (Sondrio), da cui viene mia madre, ci è piaciuto subito perché eravamo un bel gruppo di ragazzini». Si è vista subito la stoffa della campionessa? «Il primo allenatore consigliò ai miei di farmi fare un altro sport...». Non molto lungimirante.. «Aveva ragione, all’inizio non stavo in piedi. Ho insistito solo perché volevo fare tutto quello che faceva mio fratello. Poi sono arrivati la passione e il talento». Cosa le dà questo sport? «Ho trovato una descrizione perfetta nel film Formula 1 con Brad Pitt. C’è un momento in cui pattino alla massima velocità, sono sotto pressione, sembra che tutto vada al rallentatore, allora mi rendo conto che ho ogni dettaglio sotto controllo e riesco a leggere perfettamente la gara. Per me è la cosa più bella del mondo. Credo sia una sensazione che tutti gli atleti inseguono, a prescindere dalla disciplina, pur- troppo non succede sempre, ma quando c’è è una magia». C’è qualcosa che, invece, le ha tolto? «Un pezzo di giovinezza: i sabati sera fuori con gli amici, le vacanze. Oggi mi manca il tempo con la mia famiglia, però sono tutti sacrifici che ho fatto volentieri perché frutto di una mia scelta. La bilancia, alla fine, è in pari».Dopo vent’anni ha ancora fame di vittoria? «Non mi è mai passata, ogni volta ritrovo la motivazione. Sono cambiata io, come donna e atleta, i miei obiettivi, ma non la voglia di vincere. Nella fase di preparazione di ogni Olimpiade Anthony Lobello, il mio allenatore e mio marito, mi chiede: “Perché vuoi gareggiare?”. Prima di Milano Cortina gli ho risposto che doveva essere il coronamento di tutti i sacrifici che abbiamo fatto come coppia e come atleta e preparatore, anche perché non sapevo se sarebbe stata l’ultima». Scenderà in pista all’Olimpiade 2030 sulle Alpi francesi? «Non lo so ancora, mi do una chance. È sempre meglio lasciare la porta aperta. Avrò 40 anni, ma sono convinta che pure nello sport ormai l’età sia solo un numero perché il corpo si adatta alla mente, con la giusta motivazione si possono ottenere grandi risultati. Quando sei più giovane hai talento e forza fisica, ma non sempre hai la testa per allenarti nel modo migliore. Il salto di qualità arriva con l’allenatore capace di farti capire come controllare tutti gli aspetti della gara, dalla preparazione allo sprint finale. Io, grazie a Thony, ho avuto una escalation». Come gestite l’equilibrio tra vita privata e professionale? «Ci siamo conosciuti nel circuito delle gare internazionali, Anthony è figlio di italo americani e nel 2012 ha ottenuto il passaporto italiano, è venuto da me e mi ha detto: “Sono qui per te”. Non l’ho più fatto andare via. Nel 2014, dopo l’Olimpiade di Sochi, ha smesso di pattinare ed è diventato il mio allenatore. Ci siamo dati qualche regola, ad esempio dopo le sette di sera non parliamo mai di lavoro».A Milano Cortina alcune sue colleghe del pattinaggio di velocità sono state al centro del dibattito non solo per i risultati sportivi. Francesca Lollobrigida è stata criticata per aver fatto le interviste dopo la medaglia d’oro con in braccio il figlio di 2 anni, Tommaso. Dell’olandese Jutta Leerdam si è parlato più per la bellezza e lo stile di vita da influencer, il reggiseno sponsorizzato o il mascara non a prova di lacrime che per l’oro e l’argento vinti con tanto di record olimpico. È infastidita da questa narrativa dello sport, che può sconfinare nel sessismo?«Sono infastidita, ovviamente, da un racconto poco rispettoso o sessista però bisogna tenere in considerazione che non siamo robot ed è bello che si dia attenzione anche alla nostra parte umana, così chi ci segue può scoprirci meglio. Conosco bene Francesca e so quanto sia vivace il suo bimbo, figuriamoci dopo due settimane in cui non vedeva la mamma! È stato un bel momento e non ha tolto nulla ai suoi risultati. Mia mamma in una intervista ha detto di volere presto dei nipotini e sui social se la sono presa perché hanno detto che questa uscita cancellava il mio valore sportivo. Sono sposata da 12 anni e mia mamma spera nei nipoti dal giorno 1 ( ride ). A volte le polemiche nascono dal nulla. Per noi non è sempre facile ma, dopo un po’, impari a gestirla». L’atleta olimpica più medagliata della storia italiana ha ancora un sogno? «I sogni ci sono sempre. Oggi vorrei far conoscere di più la mia splendida terra, la Valtellina».







