Partiti da Praga a bordo di una Suzuki Swift del 2002, quattro coordinatori WeRoad stanno attraversando Europa e Asia tra guasti, incontri con le comunità locali e una raccolta fondi per beneficenza

Quattro soste dal meccanico in meno di due settimane, un portapacchi che continua a staccarsi e migliaia di chilometri ancora da percorrere. Per molti sarebbe il segnale di tornare a casa. Per Stefano, Mattia, Costanza ed Emanuele, invece, significa soltanto che il Mongol Rally è iniziato nel modo giusto. La loro auto ha 23 anni, oltre 170 mila chilometri e un nome che dice già tutto: Suzuki Baracca. È con questa piccola utilitaria che quattro coordinatori WeRoad stanno attraversando Europa e Asia partecipando all’evento che trasforma vecchie automobili, strade sterrate e imprevisti continui in un’avventura lunga migliaia di chilometri.

Cos’è il Mongol Rally

Nato nel 2004 su iniziativa della società britannica The Adventurists, non è una competizione di velocità, ma un viaggio all’insegna dell’imprevisto, dell’autosufficienza e della solidarietà. Per partecipare bisogna rispettare poche, ma rigide regole: bisogna utilizzare un’auto con almeno dieci anni di vita e una cilindrata non superiore a 1.300 centimetri cubici. Per il resto non esiste un percorso obbligato. Ogni equipaggio sceglie la propria rotta con l’unico obiettivo di raggiungere il traguardo. «Se non ti perdi stai facendo le cose male», racconta Stefano. «L’idea del rally è proprio quella di uscire dai percorsi più battuti, chiedere indicazioni alla gente del posto e vivere davvero il viaggio. E vale lo stesso per l’auto perché se non ti succede qualcosa di negativo significa che probabilmente non stai affrontando l’avventura nel modo giusto. L’imprevisto fa parte dell’esperienza».