C’è una ricchezza che, nei bilanci domestici, non compare ancora. Non è sul conto corrente, non è stata investita, non è stata neppure formalmente trasferita. Eppure pesa già sulle decisioni quotidiane: sulla spesa al supermercato, sull’acquisto dell’auto, sul tasso di risparmio, perfino sulla disponibilità a lavorare di più. È la ricchezza attesa, quella che prende la forma di una futura successione. E secondo un nuovo studio della Banca d’Italia, pubblicato il 21 luglio scorso nella collana Questioni di Economia e Finanza n. 1032, questo patrimonio “non ancora arrivato” produce effetti concreti e misurabili sui comportamenti economici delle famiglie italiane.
Il risultato più immediato è anche il più intuitivo, ma non per questo meno rilevante: le famiglie che si aspettano di ricevere un’eredità presentano consumi mediamente superiori del 7% rispetto a nuclei analoghi che non coltivano la stessa aspettativa, mentre il loro risparmio risulta più basso di circa il 17%. In altri termini, la prospettiva di una maggiore ricchezza futura riduce l’esigenza di accumulare risorse oggi. Non si tratta solo di una sensazione o di una predisposizione psicologica: il lavoro della banca centrale lega questa attesa a scelte effettive in materia di consumi, risparmio, lavoro, indebitamento e composizione del portafoglio.






