Donne coreografe, donne interpreti, donne danzatrici amatoriali, ma anche donne vittime di violenza. È uno spettro femminile molto ampio quello che si è presentato nei giorni scorsi fra la Biennale Danza di Venezia e Bolzano Danza. Prendiamo il caso della sudafricana Mamela Nyamza, danzatrice, coreografa, attivista femminista. Stuprata nel suo paese per esser lesbica. A lei è andato il Leone d’argento della Biennale, diretta da Wayne McGregor, in una serata che ha visto anche in scena il suo brano The Herd/Less, una pièce neoafro. Un premio per la sua figura di donna impegnata pubblicamente che propaganda “una danza senza tempo e confini”. A Bolzano invece, diretto per il secondo anno da Anouk Aspisi e Olivier Dubois, ecco una immersione nel tempo del minimalismo musicale e in una danza fatta di piccoli gesti, ripetuti, ipnotici. Era il 1983 quando Anne Teresa De Keersmaeker firmava per sé e tre altre interpreti Rosas danst rosas. Il brano è passato di generazione in generazione ed è stato riproposto, sempre sulla musica di Thierry De Mey e Peter Vermeersch. Più di quarant’anni fa poteva stupire quella danza. Lasciare perplessi. Le interpreti (fra di loro l’italiana Adrian Borriello) stese a terra ruotavano a destra e sinistra. Quindi in piedi slanciavano le braccia all’unisono compiendo piccole torsioni del corpo. Per poi afferrare quattro sedie e giocare a sedersi e alzarsi. Tutto all’unisono o a canone con effetto mesmerizzante che se allora poteva stupire oggi si apprezza per una danza che fa parte della storia coreografica contemporanea. Occorre aggiungere che quell’evento ha dato purtroppo il via a una serie di imitazioni chiamiamole epigonali che hanno dilagato a lungo per il mondo della danza. Ma anche ricordare che appena un anno prima, nel 1982, Anne Teresa con un’altra interprete avevano creato Fase su musica di Steve Reich , duetto che è il brano fondante del minimalismo musicale e coreografico e che Anne Teresa interpretò ancora una volta nel 2015 quando le fu attribuito a Venezia il Leone d’oro alla carriera. Fuori dal contesto femminile occorre citare il duo maschile Through the Grapevine Live di e con il belga Alexander Vantournout in coppia con Andrea Belfi. Un gioco, con risvolti anche umoristici, di due danzatori che si affrontano, si prendono le misure delle braccia, dell’altezza per poi complicarsi in un movimento sempre più astruso di intrecci di corpi. Infine il festival ha visto in scena oltre 40 interpreti non professioniste per Le Mèmoires d’une seigneure di Olivier Dubois, una autocitazione, ma solo nel titolo, di un famoso brano di Dubois stesso: Les Mémoires d’un seigneur, visto anni fa sempre a Bolzano Danza. Se là al centro c’era il «Signore», Dubois stesso, circondato da uno stuolo di uomini, qui al centro c’è la «Signora», Marie Laure Caradec, che spesso in piedi su un lungo tavolo spadroneggia le donne che stanno in torno a lei. Tutte non professioniste scelte con una call. All’inizio tutte a seno nudo. Poi con reggipetto nero fanno da corona e omaggiano la«Signora». Musica di François Cafenne. A proposito di nudità da segnalare infine un trio di ragazze in slip di pizzo nero e collant assortito che si esibivano secondo modalità da night club al fondo di un lunghissimo e gelido Bunker scavato dai nazisti durante l’ultima guerra e amorosamente conservato.
Tutte le donne della danza, da Venezia a Bolzano
Coreografe, interpreti, ma anche attivisite contro la violenza nei cartelloni delle manifestazioni










