Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiLa sentenza del Consiglio di Stato del 14 luglio sui crediti d’imposta per R&S smonta il pilastro giuridico sul quale le contestazioni dell’Agenzia delle entrate erano state costruite. Per anni l’Amministrazione finanziaria ha sostenuto che i progetti realizzati fino al 2019 dovessero rispettare i cinque requisiti del Manuale di Frascati, considerandoli implicitamente già presenti nella normativa originaria. Il Consiglio di Stato ha detto l’esatto contrario: quei requisiti sono entrati nell’ordinamento solo con la legge di bilancio 2020 e non possono essere applicati retroattivamente.
Il problema è che migliaia di imprese hanno aderito, obtorto collo, alla procedura di riversamento spontaneo. Lo hanno fatto senza ottenere alcuno sconto sull’imposta, restituendo integralmente il credito compensato, semplicemente per evitare sanzioni, interessi e soprattutto il rischio di una responsabilità penale per indebita compensazione di crediti ritenuti inesistenti.
Una decisione presa sotto la pressione di un quadro interpretativo che oggi appare profondamente incrinato.
Oltretutto, la terza rata del riversamento scadrà il prossimo dicembre e, proprio per non perdere lo scudo penale previsto dalla legge, le aziende saranno costrette a versarla comunque, salvo poi chiedere il rimborso. È una situazione quasi kafkiana: pagare un debito che potrebbe non essere mai esistito per poter poi chiedere allo stesso Stato di restituirlo.






