Il 20 luglio a Bologna c’è stata una manifestazione per Abderrahim Fakir, l’uomo morto mentre due agenti di polizia lo stavano immobilizzando a terra. La protesta è stata largamente pacifica, ma è finita con alcuni manifestanti che si sono scontrati con la polizia: hanno dato fuoco a tre auto e distrutto vetrine, cassonetti e biciclette. La polizia ha risposto lanciando gas lacrimogeni e getti d’acqua contro il corteo, dove c’erano anche bambini e persone anziane, generando panico in uno spazio angusto e con poche vie di fuga.

I lacrimogeni sono stati sparati anche ad altezza delle persone, e non verso l’alto, con una traiettoria ad arco, come prevedono i manuali di utilizzo. La polizia ha così violato le norme nazionali e internazionali che regolano l’uso dei lacrimogeni, armi chimiche irritanti che vengono usate per neutralizzare temporaneamente le persone, causando lacrimazione, bruciore agli occhi e difficoltà respiratorie. Sono spesso impiegate in situazioni molto affollate per disperdere le persone, come le manifestazioni.

In Italia i gas lacrimogeni sono in dotazione alle forze dell’ordine dal 1991, quando il decreto 359 del presidente della Repubblica (che all’epoca era Francesco Cossiga) li inserì tra i cosiddetti “artifici sfollagente”, ossia gli strumenti che servono alla polizia per disperdere gli assembramenti di persone. La Convenzione sulle armi chimiche, il principale trattato internazionale sull’uso delle armi chimiche (intese come armi che usano le proprietà tossiche di alcune sostanze per funzionare), comprende anche i lacrimogeni: sono vietati in zone di guerra, ma è permesso usarli nei singoli paesi per il controllo dell’ordine pubblico.