Quando finiscono in ospedale due bambine di 7 e 11 anni e muoiono tre persone, Milano rimane incredula. Una fuga di gas nella zona del Naviglio Pavese azzera la palazzina di via Brioschi al civico 25 dove le famiglie vivevano la loro normalità senza presagire nulla. Una quotidianità di abitudini fino a dieci anni fa, al giugno del 2016, quando l’esplosione portò appunto via tutto. Del palazzo rimasero detriti, arredi anneriti, sanitari divelti, suppellettili irriconoscibili. Ma cos’era successo? È un fine settimana di quiete, una domenica mattina piovosa nella zona della movida milanese a cornice di questa tragedia, tra i navigli del capoluogo lombardo. Enoteche e trattorie ancora chiuse, i tavolini dei dehors deserti, i silenzi sospesi dei cortili, i tram quasi vuoti che sferragliano, qualche chiosco di fiori, le signore anziane che vanno a messa. Alle 8.53 l’esplosione rompe l’incantesimo, devasta quel palazzo. È un boato inatteso, stordente, inspiegabile. I vetri degli appartamenti, anche a duecento metri di distanza, si frantumano. Per il contraccolpo d’aria diversi antifurti di auto e abitazioni iniziano a suonare stridenti, incessanti. La gente dai balconi si affaccia, c’è chi scende nelle strade del quartiere ma non si capisce cosa sia accaduto. Diversa la scena in via Brioschi, tagliata dall’esplosione. Qui le macerie sono ovunque, le urla, i pianti. Arrivano i vigili del fuoco, gli ingegneri dei pompieri: l’ipotesi di una bomba, un attentato, cade subito: è stata una fuga di gas. Ma ora non c’è tempo per capire. Bisogna scavare a mani nude tra le macerie, spostare ogni detrito, cercando i superstiti. Il rischio di crolli spinge ad evacuare gli edifici danneggiati, sessanta famiglie vengono allontanate, sfollate, senza il tempo di portare un paio di orecchini con sé. E poi, per tutto il giorno, sale il numero dei feriti e quello dei morti. Alla fine, saranno tre i deceduti: Micaela Masella, Riccardo Maglianesi e Chiara Magnamassa. Nove, invece, i feriti, a partire dalle due bimbe di 7 e 11 anni, Aurora e Linda. La storia finisce sui telegiornali, l’allora premier Matteo Renzi esprime cordoglio e chiede verità come il sindaco Giuliano Pisapia, i cittadini e, soprattutto, i parenti di tutte le vittime. Le indagini per disastro colposo fanno emergere le loro storie, la loro normalità, come quella dei fidanzati Riccardo e Chiara, originari della Marche, trasferiti a Milano per formarsi professionalmente e progettare un futuro insieme. Riccardo frequentava un master all’università Bocconi con l’ambizione di entrare poi in Banca d’Italia, Chiara puntava a proseguire la tradizione del calzaturificio di famiglia: curiosa e creativa, seguiva le linee della moda delle scarpe per diventare disegnatrice. È loro l’appartamento al terzo piano dove trovano la morte e dove inizialmente si immagina sia avvenuta la fuga di gas da un fornello ritrovato tra le macerie. Ma ulteriori verifiche racconteranno che invece era tutto a norma, dotato di salvavita e perfettamente funzionante. L’esplosione deve essere avvenuta proprio lì vicino, a pochi metri di distanza. Chiara e Riccardo sono morti schiacciati dal muro crollato che separava la loro camera da letto dai vicini, dalla famiglia Pellicanò, pesantemente colpita dall’esplosione. Proprio nell’appartamento dei Pellicanò – che ora non c’è più – vivevano le due ferite più giovani, ricoverate per le numerose ustioni riportate su gran parte del corpo, insieme al padre Giuseppe, 50 anni, pubblicitario di origini calabresi. La loro mamma Micaela Masella, 43 anni, non ce l’ha fatta. Verrà ritrovata nel cortile del palazzo, proiettata fuori dall’onda d’urto. In città, Micaela è conosciuta perché si occupa delle relazioni esterne di un’istituzione cittadina come il teatro Carcano. È una professionista preparata, disponibile, attenta ai fenomeni culturali che possono interessare il pubblico. La nonna materna delle due bambine è l’ex prima ballerina della Scala, Renata Bestetti, sposata con il regista Aldo Masella. A casa si è sempre respirata aria di cultura, innovazione, spettacolo e arte. I rilievi degli ingegneri dei vigili del Fuoco, i verbali della protezione civile, le autopsie e le indagini consentono di individuare proprio nella cucina di casa Pellicanò l’ambiente dal quale tutto è partito. Micaela era proprio in quel vano quando la fuga di gas ha determinato l’esplosione, tanto da sbalzarla addirittura fuori dalla finestra. Eppure, qualcosa non convince. Tra tutte le testimonianze raccolte gli inquirenti focalizzano l’attenzione proprio su Micaela Masella che conviveva con Giuseppe sebbene la loro storia fosse ormai al capolinea da quattro anni. Proprio pochi giorni prima della strage, il 10 giugno, il nuovo compagno della donna, Salvo Manganaro, aveva presentato denuncia contro ignoti per danneggiamenti contro la sua autovettura, ritrovata con una gomma tagliata, lo specchietto distrutto e graffi sul fianco. A sorprendere, però, erano state soprattutto le parole scritte con vernice bianca sul cofano: “vacca” e “p…a” con un grande disegno fallico sul tetto del veicolo. Chi era stato? Dopo aver scoperto la relazione dell’ex compagna, Giuseppe era caduto in una sorta di depressione. Si estraniava, rimaneva in silenzio, chiuso in casa. Micaela chiedeva di chiudere il rapporto anche nella convivenza, desiderosa di costruire una nuova vita. Da maggio, voleva trasferirsi quanto prima in un altro appartamento dove andare a vivere con Salvo, per poi sposarsi. Giuseppe, sempre più dimesso, affrontava il discorso della separazione e dell’affidamento delle bambine con riluttanza ma nessuno lo riteneva capace di compiere atti vandalici sulla Suzuki di Salvo. Eppure, c’è un ulteriore elemento sospetto: proprio nella notte tra l’8 e il 9 giugno quando vengono compiuti questi dispetti, il consumo di gas a casa Pellicanò è sopra la media. Ed è una notte particolare perché in casa c’è solo Giuseppe, visto che le bambine e Micaela quella sera sono andate a dormire dai nonni materni. Dai soliti 7 metri cubi si arriva ai 26, come mai? I sopralluoghi tecnici evidenziano come la fuga di gas sia stata causata volontariamente. Qualcuno aveva svitato la congiunzione tra l’impianto centrale e quello domestico: i sospetti ricadono sull’ex compagno di Micaela. E per il sostituto procuratore Elio Ramondini, con ogni probabilità, quella precedente dispersione di metano deve essere dovuta a una “prova generale”, architettata dall’uomo. Tradotto in carcere, Giuseppe Pellicanò confessa, dice di ricordare solo qualche immagine, essendo sotto effetto di psicofarmaci: “Non ho realizzato quanto davvero sarebbe potuto accadere perché altrimenti non lo avrei proprio fatto. Non era certo mia intenzione uccidere Micaela”. Nel 2017 l’uomo viene condannato all’ergastolo, pena poi ridotta a trent’anni in appello. Durante le udienze tenta il suicidio in carcere. Le bambine sono nel frattempo cresciute e cercano in qualche modo di ricostruirsi una vita.