Distratti dall’incredibile discussione sulle chat di Delmastro, su cui torneremo a polveri scese, e assai più dalla convocazione di Pirlo al capezzale della Nazionale di calcio, giacché Guardiola pensa te non se la sente, abbiamo in poche ore accantonato la assai meno attraente proposta di legge a tutela delle vittime di caporalato.
Lo so, la vita di chi è ridotto in schiavitù non interessa alla maggioranza degli elettori pistoleri, o aspiranti tali, ma qualcuno il duro lavoro di protezione della architettura costituzionale deve pur farlo, ché un giorno ce ne chiederanno conto, i posteri. La sconcia e popolarissima propaganda sulla remigrazione corrode l’estate politica, la degrada. Aiutiamoli a casa loro, rimpatriamoli, rimandiamoli indietro. Non importa se sono scappati da una guerra, da una dittatura, da un pezzo di mondo desertificato dal clima fuori controllo.
Non importa se — come scriveva Alessandro Leogrande, molti anni fa, ma sembra ieri — arrivano da loro il pomodoro della nostra insalata, l’uva del nostro vino, le olive del nostro aperitivo. I marchi dop dell’agroalimentare italiano. Italiano? Si può dire italiano quando a produrre quel pezzo di economia sono le mani, i corpi, la fatica degli sfruttati?










