Uno strascico di odio, puntellato con minacce e vendette incrociate, che rischia di trasformarsi in una faida tra due famiglie. Da un lato i genitori di Martina Carbonaro, la 14enne uccisa a colpi di pietra nel maggio dello scorso anno ad Afragola. Dall’altro i familiari dell’ex fidanzato reo confesso, Alessio Tucci. Fuori dal perimetro del processo di primo grado che proprio in questi mesi si sta celebrando davanti alla Corte di assise di Napoli, c’è una vicenda giudiziaria parallela, che si sta consumando in un clima di altissima tensione. Un’escalation sfociata nella richiesta avanzata dalla Procura di Napoli Nord per l’applicazione della misura cautelare del divieto di avvicinamento nei confronti dei genitori di Martina, Marcello Carbonaro ed Enza Cossentino.

Martina Carbonaro, le immagini choc. L’aggressione e le sassate: «Così è stata ammazzata»Il fascicolo, firmato dal sostituto procuratore Giovanni Corona, raccoglie le denunce e le testimonianze del padre del killer, Domenico Tucci, della madre Maria D’Ambrosio, degli zii Santa e Vincenzo D'Ambrosio e della nonna Antonietta Albano. Agli atti anche due testimonianze, da cui emerge un quadro di blitz e insulti consumati tra dicembre, aprile e maggio scorsi sotto le abitazioni dei parenti dell’imputato, oltre agli episodi registrati il 19 maggio scorso fuori e dentro il tribunale. Il 3 agosto l’interrogatorio di garanzia degli indagati, assistiti dall’avvocato Sergio Pisani, per il quale il provvedimento equivale a «uccidere Martina per la seconda volta». La linea difensiva Di fronte all’iniziativa con cui la Procura intende arginare un’ulteriore escalation o il rischio di uno scontro fisico, la difesa sollecita una lettura profonda del contesto.Martina Carbonaro, la madre Enza: «Non lo perdono, deve marcire all'inferno»«Nessuno - spiega l’avvocato Pisani - intende giustificare frasi pronunciate in un momento di disperazione, ma il diritto impone di valutare il quadro complessivo prima ancora di pesare i singoli episodi. La Cassazione ha chiarito a più riprese che il delitto di minaccia deve essere esaminato alla luce delle concrete circostanze del fatto. Il giudice ha il dovere di verificare se quelle espressioni, nate in un clima di devastante sofferenza, fossero realmente idonee a incutere un timore effettivo attraverso la prospettazione di un male ingiusto, serio e soprattutto concretamente nella disponibilità di chi lo pronuncia». La linea difensiva punta dunque a separare l’intimidazione “strategica” dalla reazione emotiva: «I giudici di legittimità hanno sempre escluso la punibilità quando le frasi costituiscono il puro frutto di uno sfogo emotivo. Ci troviamo di fronte a due genitori ai quali è stata barbaramente uccisa una figlia». Le provocazioni A pesare è anche la totale assenza di tutele denunciata dalla difesa dei Carbonaro. «Lo Stato non ha mai offerto a questi genitori il minimo supporto psicologico o umano, presidio pur previsto dalla normativa europea a tutela delle vittime di reati violenti. Se davvero si fosse ritenuto necessario un intervento cautelativo per raffreddare i toni della faida, sarebbe bastato un richiamo informale in caserma, un ammonimento o l’avvio di un percorso di sostegno. Invece, dopo aver abbandonato del tutto questa famiglia nel momento più tragico della sua esistenza, lo Stato sceglie oggi la strada della mera repressione».«Ti faccio fare la fine di Martina Carbonaro», preso stalker a CasoriaUn isolamento che contrasterebbe con l’inerzia mostrata di fronte ad altri episodi di provocazione. «Dov’erano le istituzioni - tuona Pisani - quando Martina e i suoi genitori venivano duramente offesi sui social? Dov’era lo Stato quando è stato dato alle fiamme lo striscione con il volto di Martina o quando è stata vandalizzata la targa apposta sulla panchina rossa in sua memoria?». Da qui, la richiesta di un intervento formale da parte del ministero della Giustizia: «Chiedo al ministro di intervenire immediatamente per verificare come sia stato possibile lasciare sole due vittime indirette di un massacro così atroce, al punto da vederle scivolare in questo baratro di tensione».