Luca. Quattro lettere, un nome. Ma non è quello con il quale era iscritto all’anagrafe. La vita parallela di Luigi Esposito giornalista di 53 anni, originario di Nocera Superiore ma residente a Lancusi, trovato morto carbonizzato nelle campagne di Eboli domenica scorsa, inizia da quel nome. Luca. Così diceva di chiamarsi, così si presentava alle persone. Ma Luca non era il suo vero nome. Come non era vero che lavorava all’Arpac, che era iscritto all’Ordine dei Biologi, che aveva una moglie farmacista di nome Federica originaria di Caserta. Anzi, a volte dimenticava anche il nome di quella che definiva moglie e, con qualcuno, la chiamava diversamente. Un matrimonio di cui parlava soprattutto negli ambienti sportivi, con colleghi non campani, durante banali scambi di parole in attesa delle partite di calcio. Perché il calcio era la sua vera passione. Partecipava anche a trasmissioni sportive di diverse emittenti locali come opinionista e la sua verve, oltre che la sua prepotenza dialettica, lo portavano sempre al centro dell’attenzione.

Non era vero neanche che sabato sera era diretto in un lussuoso resort ad Agropoli. Lui sabato sera stava andando proprio ad Eboli, dove aveva un appuntamento. Un appuntamento a sfondo sessuale con un giovane ragazzo tunisino, Ridha Rahmouni, ventisei anni compiuti lo scorso maggio.Luca Esposito ucciso a Eboli, l'avvocato delle sorelle: «Chiarire movente e se ci sono altre responsabilità» Era questa la verità che teneva nascosta. A tutti. Non ne parlava con nessuno, neanche con le due sorelle, le uniche familiari che gli erano rimaste e che, con il passare dei giorni, sono sempre più «sbalordite», fanno sapere attraverso il loro legale, l’avvocato Annalisa Califano.Il doppio binario La doppia vita era il binario sul quale aveva fondato la sua intera esistenza. Diceva a tutti di non essere raggiungibile fino alle 15, perché lavorava. Ma quella non era la verità. O, forse, era un modo per nascondere la realtà. E la professione di giornalista, pubblicista, era la sua seconda vita. Quella ufficiale. È proprio il tunisino 26enne a raccontare un’altra vita parallela, quella di cui non parlava con nessuno. E lo fa durante il lungo interrogatorio ai carabinieri che lo hanno rintracciato attraverso un’impronta trovata nella Lancia di Luigi-Luca. «Era diventato pressante» ha detto agli inquirenti subito dopo essere stato portato in caserma dove ha ammesso l’omicidio. «Approfittava dello stato di necessità di tutti noi per avere rapporti a pagamento», ha detto ancora. E il «tutti noi» sarebbe riferito ad altri giovani stranieri impiegati come braccianti agricoli. Il 26enne arrestato ieri è irregolare sul territorio nazionale ma lavora in un campo dove si coltivano angurie. Sarà ora il cellulare della vittima a raccontare di più. Uno dei due telefoni, quello che il ragazzo aveva portato via con sé dopo averlo prima massacrato di botte e poi avergli dato fuoco. Anche qui due telefoni, uno ufficiale e l’altro forse no. È su questo binario che gli investigatori troveranno le risposte che da giorni cercano. Ma anche le conferme al racconto dell’omicida: «Ci mandava messaggi e ci faceva telefonate fino a quando non acconsentivamo a vederlo». La professione L’unica certezza è che Luigi, non Luca, faceva il giornalista sportivo. Una carriera altalenante, rapporti inesistenti con i colleghi di sala stampa. Si era occupato di Nocerina, poi di Juve Stabia, di Salernitana e dell’Avellino. È questa, la zona irpina, quella che diceva di «coprire» per conto dell’Arpac e qualcuno, nei giorni scorsi, ha persino riferito di averlo visto scendere da una vettura dell’Agenzia regionale per l’ambiente. Voci. La realtà è che gestiva il sito Tutto Salernitana, nato successivamente al Tutto Nocerina. Nel suo curriculum collaborazioni con un quotidiano locale e una emittente del Cilento, quindi con un’agenzia stampa sportiva. Lo sport era il suo mondo, forse l’unico. Quello che gli consentiva di poter pagare le spese di casa, le trasferte, l’auto, gli incontri sessuali. Almeno così sembra. Viveva di sport occupandosi anche del settore giovanile. Avrebbe avuto dei rapporti professionali con alcune società attraverso le quali faceva transitare giovani talentuosi delle Giovanili o della Primavera. E, attraverso questi «scambi» di giocatori, aveva il suo tornaconto economico. La socialità Personaggio televisivo noto, non tutti a Lancusi lo conoscevano di persona. Dopo la morte del padre aveva lavorato in fabbrica come lui. Ma non era la vita che voleva. Preferiva studiare, diceva. Laurearsi. Lavorare per l’Arpac, che invece ha smentito. Come è stata smentita anche la sua iscrizione all’Albo professionale dei Biologi. Raccontava di occuparsi della filiera bufalina. A giorni sarebbe stato a Cascia, per il ritiro della Salernitana.