Vesuvio, territorio di Terzigno. Esattamente un anno fa in questo luogo c’era il campo-base dei vigili del fuoco in lotta contro l’incendio che divorava la montagna. Oggi ci sono silenzio e cicale. C’è ancora qualche tronco bruciato in bella vista. Ci sono anche piante verdi e già rigogliose: «Sì, ma quelle piante rappresentano i peggiori postumi di un incendio», dice dispiaciuto Pasquale Raia, rappresentante locale di Legambiente, guida d’eccezione per “il Mattino” nella passeggiata sul Vesuvio che rinasce. Ma perché la vegetazione che riparte rigogliosa diventa un simbolo dei guai provocati dagli incendi? «Perché quella è una “robinia pseudoacacia”, non è una pianta autoctona, non fa parte della macchia mediterranea della quale è ricoperto il Vesuvio. È una pianta aliena, ma estremamente robusta che, dopo un incendio, si diffonde laddove c’era altra vegetazione. Se vedi questi alberi in ampie aree del nostro vulcano hai la certezza che lì, sicuramente, è passato il fuoco».