Willem Dafoe è stato confermato alla direzione delle Biennali Teatro 2027 e 2028. Toccherà tenercelo altri due anni. Fosse per me, dopo l’edizione appena conclusa gli avrei detto grazie, Mr. Dafoe, può bastare così. Non è il massimo promettere teatro e rifilare danza, acrobazia, musica.

Prima di beccarmi dal grande attore statunitense un sonoro “ma chi è questo, come si permette?”, eccomi: ho sessantatré anni, ho visto centinaia di spettacoli di tutti i tipi, sono anche un autore teatrale che ha praticato varie forme di ibridazioni sceniche, non sono un fondamentalista della drammaturgia dialogata, ho attraversato con entusiasmo l’era del teatro postdrammatico; e seguo la Biennale Teatro dall’inizio degli anni Ottanta. In più di quarant’anni, questa è una delle edizioni più deludenti che abbia visto.

Lo so che le paratie sono saltate, che non ci sono più compartimenti stagni fra le arti, e non da oggi. Lo so. Ma immaginate di andare a una Mostra del cinema in cui la metà delle immagini proiettate sullo schermo non siano film ma videogiochi. O a una rassegna di musica contemporanea in cui ogni due serate non si fanno concerti ma gare di salmodie improvvisate fra poeti sardi e toscani (oddio, sarebbe dadaisticamente divertente).