Il caso di Chiara Petrolini, condannata in primo grado per l’omicidio di uno dei due neonati e l’occultamento di entrambi i corpi nel giardino di casa, e quello di Catanzaro, dove lo scorso aprile una donna si è lanciata dal terrazzo con i tre figli, sono entrati nella cronaca come casi di figlicidio materno. A Pieve di Camaiore, in Versilia, un uomo è stato fermato dopo il duplice omicidio della moglie e del figlio, uccisi in casa con un fucile da caccia. Sono tre storie che non hanno quasi nulla in comune, se non il modo in cui ci costringono a guardare al rapporto tra genitori, figli, violenza e racconto pubblico. Nel caso di Camaiore, la cronaca ha saputo rintracciare un contesto – il figlio aveva scritto sui social che il padre lo avrebbe preferito «morto che gay» – che l’opinione pubblica si è resa disponibile a leggere, in qualche caso con empatia per l’uomo che, secondo le prime ricostruzioni, era “esasperato” dalla situazione familiare. La disponibilità si ritrae invece quando a uccidere è una madre. Nei casi materni, anche quando medici, criminologi o professionisti della salute mentale provano a introdurre elementi di complessità, il discorso pubblico tende ad accartocciarsi sulla mostruosità della donna: quale madre può fare questo? Una domanda umana, ma che impedisce l’unica analisi utile: quella che serve a prevenire.Tra il 2020 e il 2025 in Italia sono state censite 101 vittime di figlicidio. Secondo l’elaborazione della giornalista Lorenza Pleuteri, a uccidere è il padre nel 57,4 per cento dei casi, la madre nel 36,6, una coppia nel restante 5,9 (dati Dipartimento di pubblica sicurezza, Eures e Istat). Ma la distribuzione si ribalta se si guarda all’età: l’89,2 per cento dei figli uccisi dalle madri è minorenne, e 15 dei 37 casi materni si concentrano entro il primo anno di vita del bambino; tra le vittime dei padri il 53,4 per cento è maggiorenne, con 13 casi paterni contro 4 materni nella fascia 11-17 anni. La variabile dell’età del figlio è determinante per comprendere profili, moventi, responsabilità, ma anche azioni di tutela. Non a caso, in criminologia, neonaticidio, infanticidio e figlicidio indicano tre evenienze diverse. «Con neonaticidio si intende l’uccisione del bambino nelle prime ore di vita; fino all’anno di vita si parla di infanticidio; il figlicidio è l’uccisione di un figlio da parte di un genitore, dall’anno in poi», chiarisce Alessandra Bramante, psicoterapeuta e criminologa clinica, presidente della Società Marcé Italiana per la Salute Mentale Perinatale, già consulente di parte nei casi Pifferi e Petrolini. «Nei figlicidi materni ricorrono spesso patologie psichiatriche gravi, anche pregresse, insieme ad altri fattori di rischio: insonnia, isolamento, assenza di una rete di supporto. Sono donne che soffrono per mesi, a volte anni, e il cui disagio può restare invisibile anche agli operatori sanitari». Anche il codice penale riconosce una specificità all’infanticidio in condizioni di abbandono materiale e morale connesse al parto (articolo 578), con una pena ridotta rispetto all’omicidio volontario: non una giustificazione, ma il riconoscimento che gravidanza, parto, isolamento e fragilità possono incidere in modo radicale sul contesto in cui il gesto matura.In questo senso la formula abusata “sindrome di Medea” confonde più che illuminare. Nel mito Medea uccide i figli per vendicarsi di Giasone; nella realtà, la vendetta verso il coniuge è tra i moventi più rari dei figlicidi materni. La celebre classificazione dello psichiatra forense Phillip Resnick, confermata dalle evidenze cliniche più recenti, indica più spesso altri scenari: psicosi, figlio non voluto, gesto percepito come “altruistico” dentro una grave distorsione patologica. La vendetta è semmai il movente più frequente nei figlicidi paterni. «I padri uccidono in genere figli più grandi, in contesti di separazione o conflitto con la compagna: il figlio diventa l’arma per ferire chi li ha lasciati. Quando è la madre, soprattutto nel figlicidio-suicidio, il gesto nasce più spesso da una distorsione patologica in cui portare con sé il figlio è vissuto come un estremo atto di cura», spiega Bramante.Attenersi ai dati clinici e resistere ai pregiudizi è l’unica base possibile per parlare di prevenzione che, nel caso dei padri, significa intercettare per tempo separazioni conflittuali, minacce e segnali di crollo. Nel caso delle madri, soprattutto nel periodo perinatale, la prevenzione chiama direttamente in causa la sanità pubblica: riconoscere la sofferenza non serve a trasformare ogni madre fragile in una sospetta, ma ad attivare percorsi di cura prima che resti sola. Ma a questo punto tocca chiedersi: quali protocolli esistono, dove sono i presìdi e, soprattutto, dove mancano. A fare la differenza, nel destino di chi attraversa una sofferenza perinatale grave, è la possibilità di accedere a un sistema capace di prenderla in carico. Sulla carta, i piani esistono: i Livelli essenziali di assistenza, le Linee guida nazionali dell’Istituto superiore di sanità, il Piano nazionale salute mentale 2025-2030. Nei fatti, non coincidono con ciò che una donna trova quando chiede aiuto in gravidanza o dopo il parto.L’analisi dell’Istituto superiore di sanità sui Dipartimenti di salute mentale, prima firmataria Ilaria Lega, fotografa questa distanza: circa l’ottanta per cento dei Dipartimenti non ha un percorso diagnostico-terapeutico-assistenziale integrato e scritto per i disturbi mentali perinatali. Eppure, per Lega, la risposta è portare competenze dove le donne arrivano davvero: «Il percorso di presa in carico non si improvvisa quando arriva la mamma in crisi. Per una neomamma entrare in un contesto percepito come stigmatizzante come il Dipartimento di salute mentale, dove convivono pazienti con storie e patologie molto diverse, può essere un ostacolo enorme, anche sul piano della sicurezza percepita. A Bologna circa il novanta per cento delle donne si rivolge ai consultori, a prescindere dal ceto sociale: è lì che servono le competenze, non in un luogo specialistico ma lontano dalla realtà perinatale».Dove lo screening esiste, il bisogno emerge. La Rete italiana per la salute mentale perinatale dell’Iss riunisce 19 centri clinici in 9 regioni e ha eseguito 12.082 screening tra novembre 2021 e novembre 2025. Mancano insomma all’appello molte regioni, ma Laura Camoni, ricercatrice dell’Iss che coordina la Rete, chiarisce che «lo screening ha senso se accompagnato da una reale presa in carico. Non è appropriato individuare una donna come a rischio e non essere poi in grado di offrirle supporto. Nel nostro percorso le donne risultate positive e con diagnosi confermata dopo approfondimento diagnostico vengono prese in carico: nella maggior parte dei casi tramite counseling, in quota minore con un percorso di psicoterapia, e solo in situazioni più gravi, con un intervento specialistico psichiatrico. Il problema è rappresentato dai contesti dove lo screening non si fa affatto».Il dato più duro arriva dal sistema di sorveglianza ItOSS, coordinato da Serena Donati, e riguarda morti che a lungo non abbiamo nemmeno contato: quando una donna muore mesi dopo il parto, chi ne registra il decesso spesso ignora che c’era stata una gravidanza. Incrociando i certificati di morte con le cartelle ospedaliere è emerso che il suicidio è la prima causa di morte materna nel primo anno dopo la gravidanza: tra il 2011 e il 2021 vi è attribuito il 16 per cento dei decessi materni, quota che sale al 29 per cento se si considerano solo le morti tardive, tra i 43 e i 365 giorni. «Prima che costruissimo questa sorveglianza, in Italia mancava all’appello circa il sessanta per cento delle morti materne, e nel mondo, dove non esistono sistemi simili, ne sfugge tra il 30 e l’80 per cento. Quando analizziamo i casi di suicidio, nel sessanta per cento delle donne identifichiamo una precedente storia psichiatrica nota. E metà di loro, pur con un rischio documentato, non era stata presa in carico da un servizio di salute mentale. Non vuol dire che fossero morti inevitabili: vuol dire che c’era ancora molto che poteva essere fatto».Resta il filtro culturale, per cui la violenza maschile ci sembra più leggibile e quella materna scandalosa. Su questo Bramante è netta: «Finché penseremo a questo reato come commesso da madri cattive che non amano i figli, non riusciremo a identificare le madri a rischio, e quindi a impedirlo. La maternità non è questione d’istinto: l’istinto materno, come lo intendiamo culturalmente, non esiste. Esiste una relazione che si forma e si consolida nel tempo. Quando nasce un bambino, nasce anche una madre. Senza comprensione è impossibile prevenire». Sospendere l’indignazione non significa sospendere il giudizio penale, ma riconoscere che arriva a fatto compiuto. La prevenzione viene prima.
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L’omicida è più spesso il padre, ma l’89,2 per cento dei figli uccisi dalle madri è minorenne. E se il discorso pubblico si ferma all’indignazione prevenire div






