ROMA - Resta alta la tensione sulla legge elettorale, con il nodo delle preferenze che la maggioranza non riesce a sbrogliare. Ma intanto Elly Schlein e Giorgia Meloni, che già qualche mese fa avevano stretto un accordo, poi naufragato in Senato, sulla definizione di consenso negli stupri, ora riprovano a collaborare su un terreno nuovo: l'intelligenza artificiale. Un patto stretto a distanza e intermediato da Il Foglio, a pochi giorni dal video gladiatorio ideato da Roberto Vannacci, che ha mandato in tilt la politica nostrana: lui, l'ex parà, rappresentato nei panni di un imperatore romano che, con il pollice verso, ordina di dare in pasto ai leoni Elly Schlein, Giuseppe Conte e altri avversari politici. Se questo è l'antipasto della campagna elettorale per le politiche, allora alla premier e alla segretaria dem conviene fare fronte comune. Sul bando delle immagini fake l'input è partito da Schlein: nell'intervista al quotidiano diretto da Claudio Cerasa spunta la proposta di un «patto sull'Ia» non legato al «suo uso commerciale», ma a una sorta di «accordo di non belligeranza».

In cosa consisterebbe? «In vista della campagna elettorale, tutte le forze politiche - spiega - dovrebbero impegnarsi a non usare l'Ia per attribuire agli avversari parole o fatti inventati». Non si tratta di un'uscita isolata per la leader dem, che spesso ha fatto riferimento all'ultima enciclica sul tema realizzata da Papa Leone XIV e a giugno scorso ha lanciato, insieme al premio Nobel Giorgio Parisi, l'idea di un Cern europeo per l'Ia. L'appello anti-deepfake non resta inascoltato, tutt'altro. In giornata, allo stesso quotidiano, Meloni farà giungere il suo sì: «Sono d'accordo. È un tema che ho posto prima di tutti». In effetti, risale al 5 maggio scorso il post nel quale l'inquilina di Palazzo Chigi denunciava la messa in circolazione sui social di alcune sue immagini false e sessualizzate: «Chi le ha realizzate- scriveva la presidente - mi ha anche migliorato parecchio, ma resta il fatto che, pur di attaccare di inventare falsità, ormai si è davvero pronti a qualsiasi cosa». Poi il monito: «I deepfake sono uno strumento pericoloso, perché possono ingannare, manipolare e colpire chiunque. Io posso difendermi. Ma altri no». In quella circostanza i dem, per bocca di Anna Ascani, non avevano mancato di sottolineare l'assenza, nell'ordinamento italiano, di una norma per imporre alle piattaforme la cancellazione immediata di deepfake. Da ieri, però, i due maggiori partiti italiani sono pronti a spalleggiarsi in vista di una campagna che si prospetta all'ultimo click. LE PREFERENZE Intanto sulla riforma elettorale si procede adagio, accantonato l'obiettivo di chiudere il Melonellum al Senato prima della pausa estiva. Dopo lo scivolone a Montecitorio sulle preferenze, la maggioranza teme di bissare, stavolta minando la tenuta stessa del governo. Eppure Meloni è decisa a tirare dritto, pronta a rischiarsela fino in fondo. Come ha detto forte e chiaro ai suoi vicepremier, Antonio Tajani e Matteo Salvini, che pure hanno cercato di indurla a più miti consigli, riportandole tutti i rischi del caso. «Esigo lealtà», le parole della presidente del Consiglio, che ancora una volta ha ricordato che la legge elettorale porterà il suo nome, certo non per sua scelta, «e non esiste che non preveda le preferenze, una battaglia che porto avanti da una vita». Un bel grattacapo per gli alleati. Che anche quando il testo era alla Camera avevano assicurato il voto, ma poi è cosa nota come sia andata a finire. Insomma, sulle preferenze sia Salvini che Tajani fanno fatica a tenere i gruppi. E se al Senato, con il voto palese, non si temono sorprese, è in terza lettura alla Camera che il governo Meloni potrebbe farsi male, malissimo. Andando sotto sulla fiducia, e a quel punto la strada delle dimissioni sarebbe obbligata. È il ragionamento che sia Salvini che Tajani avrebbero tentato di far passare ma senza alcun risultato. Mercoledì prossimo il segretario azzurro riunirà i suoi per cercare di sondare gli umori, lo stesso compito ingrato che spetta al capitano. Anche in Fdi, dove tutti si muovono come un sol uomo, stavolta in tanti nutrono dubbi sulla strategia della premier, «si rischia l'accanimento terapeutico. Che Dio ce la mandi buona».