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Amelia Esposito

Il fumettista e il suo cane: «Sono riuscito a prendere le distanze da certi meccanismi del lavoro»

Fermo immagine dalla serie «Due spicci»: Smeralda entra in casa di Zero con un cagnolino al guinzaglio, lui strabuzza gli occhi e comincia a sudare, non aveva messo in preventivo di ospitare un cane (oltre alla padrona). Zero non ospita. Zero non convive. Zero non coabita. Zero non tollera altre presenze in casa sua al di fuori dell’Armadillo, il suo ingombrante alter ego. Altro frame sul finale della stessa serie: Zero è in macchina con la mamma dell’amico Montini (al momento in galera), dietro c’è un cane, si chiama Giulio perché assomiglia ad Andreotti. Giulio era il cane di Montini, ora è il cane di Zero, che lo ha adottato.

Le storie di Zerocalcare, al secolo Michele Rech, sono un’oscillazione continua fra autobiografia e finzione. Dove la finzione non è funzionale al racconto di sé, semmai il contrario. L’opposto dell’autofiction, categoria di gran moda in questo tempo di narcisismi e vittimismi. All’opposto, dunque, può accadere che ciò che è finzione poi diventi realtà. Oltre l’opera. Quando l’opera è già compiuta.