Nome: Sophie Cunningham. Professione: atleta. Che cosa ha fatto: è la giocatrice gagliarda che qualche giorno fa era finita su tutti i social per la scena dell’indice puntato durante una partita di basket. Demeriti recenti: ottenere un non richiesto reclutamento (e pure il plauso intercontinentale di Pillon) come eroina dei Maga. Qui si sale e si scende dal rogo, si pigliano stendardi non richiesti, e si muore d’opinione almeno una volta all’anno un po’ tutti (sono sfinita). Cosa era successo, antefatto: Indiana Fever contro Phoenix Mercury, Caitlin Clark e DeWanna Bonner discutono pesantemente, e Cunningham compare nell’inquadratura con il dito puntato contro Bonner. Non un’indicazione rapida, si mette là come Zeus, un indice prolungato e una stupenda espressione accusatoria e non si muove. Ventidue secondi. Bonner le dice di smettere e Cunningham continua. Così la snerva e le fa sbagliare i tiri liberi subito dopo. Una bella trovata, qualcosa che gli sportivi conoscono bene, sono abituati al sabotaggio dell’avversario. Telecamere tutte per lei e naturalmente i social la fanno diventare il dito de dios.Quel video – come tutti i video autentici e originali, quelli che raccontano un microdrama – è diventato il caviale dell’Instagram, l’oro dei social di questo mese di luglio. Come l’anno scorso era successo agli amanti scoperti al concerto dei Coldplay, spezzoni squisiti di vita che non puoi inventare, nemmeno se paghi Spielberg. L’ha utilizzato perfino la Casa Bianca, il video di Cunningham-indice-assassino, accostandolo a un altro di Donald Trump. Lei non ha aderito e non ha protestato, si è limitata a far spallucce osservando che ormai quell’immagine la pubblicavano tutti. Nessuna presa di distanze espressa in modo duro, l’internet politico quindi ha acceso la sirena e l’ha arruolata d’ufficio tra quelli di là, i pazzi col cappellino rosso Make America Great Again. Succede perché sui social ormai il choose your fighter è la tassa del ventennio, devi pagarla per forza: esistono il militante buono e il traditore cattivo. Vedi tu da che parte stare. Senza le parole “il presidente in carica mi nausea ogni molecola” era difficile che Sophie Cunningham restasse solo una giocatrice che aveva segnalato un’avversaria parecchio dura nei falli. Il certificato di innocuità e simpatia era ormai perduto. Così ecco che si apre la questione. Ai generali trumpiani (quelli che sono rimasti) questa cosa garba molto. Tentano in ogni modo l’appropriazione. Avranno da inventarsi parecchie distrazioni da qua a novembre, quando si tratterà, alle elezioni midterm, di frenare il mare con le mani. Ma torniamo alla protagonista della storia. Bionda, Missouri e davvero sembra una barbie. Dice di stare nel mezzo: condivide alcune idee della destra e alcune della sinistra. Posizione che ormai è la più infiammabile di tutte, non parlare è il nuovo estremismo. L’altroieri poi è arrivata la dichiarazione mortale.Durante un’intervista, Cunningham ha detto di non soffrire di pregiudizi nei confronti delle persone transgender, ma ha aggiunto di ritenere necessario tutelare le ragazze negli spogliatoi e nelle competizioni sportive, sostenendo che non dovrebbero gareggiare contro atleti biologicamente maschi. Preallarme: qui siamo in zona J.K. Rowling. Si rischia la morte online. Interrogata meglio, per consentire l’opportuno dietrofront a beneficio del nuovo pensiero sedicente progressista, Cunningham non ha utilizzato la procedura di evacuazione del reputation market. Cioè sorridere calma, un po’ sviare, un po’ tentennare e ripiegare verso i mezzi termini. Non ha detto “ve lo siete sognato” o “sono stata fraintesa!”, no no, ha proprio ripetuto il concetto, definendolo una questione di buon senso. Non puoi avere muscoli da uomo e giocare contro noi femmine. Non è leale, non è giusto. Ma poi scusate: non sarebbe logico? Era finita. I chierichetti mannari dell’internet si sono attivati con la procedura di scomunica. Tanti invece si sono detti d’accordo: anche gli applausi (emoticon) di Martina Navratilova sul fu-Twitter, ieri.Non è la prima volta che gli sportivi tornano sull’argomento, e sarebbe forse sensato evitare di giocarci a palla avvelenata. Quante volte è venuta fuori la questione? Imane Khelif alle Olimpiadi, e poi la storia del trattamento per abbassare il testosterone. Lia Thomas vinceva perché nuotava con muscoli e struttura fisica – e altezza e resistenza – da uomo. Che vi pare di questa ovvietà che ho appena scritto? E’ crudele? O è solo come stanno le cose? Secondo il canone moderno, sono una che dovrebbe andare in galera per crimini contro la sensibilità? Com’è che non ci siamo ancora stancati della meccanica imbecille di questo giochino, che è sempre la stessa? Si parte da principi sacrosanti: dignità, parità, tutela delle minoranze e si finisce a verificare se stiamo usando la corretta quantità di precauzioni lessicali, e alla fine gli influencer ideologico-performativi incassano i diritti. Mi sono chiesta tante volte perché ci siamo ridotti così. Al momento da una parte: chiunque sollevi il tema delle differenze biologiche sarebbe un persecutore di minoranze. Dall’altra: se invochi l’inclusione sei un responsabile della dissoluzione occidentale. Tutto pur di non ammettere una condizione essenziale dello stare insieme: accettare che certe volte le conclusioni giuste possano arrivare da fonti sgradite (tra le mie definizioni di intelligenza).
Sophie Cunningham e le frasi sugli atleti trans che piacciono ai cattivi. Cronaca di un massacro
La cestista americana aveva detto di ritenere necessario tutelare le ragazze negli spogliatoi e nelle competizioni sportive, sostenendo che non dovrebbero gareggiare contro atleti biologicamente maschi. E subito i chierichetti mannari dell’internet si sono attivati con la procedura di scomunica













