Di Davide De Leo (Linguista, PhD)
Vegetazione lussureggiante, scogliere e spiagge, un tempo meta del turismo britannico. Nella Manica, a 30 km dalla Francia e a 137 km dall’Inghilterra, si trova l’isola di Jersey, appena 120 chilometri quadrati per poco più di centomila anime. Il Baliato di Jersey, è diventato, nel corso della seconda metà del Novecento, uno dei principali centri finanziari offshore del mondo. La sua notorietà deriva dalla combinazione di una particolare autonomia costituzionale, di un sistema fiscale favorevole, di una consolidata tradizione giuridica e di un settore specializzato nella gestione di patrimoni internazionali. Tutti questi aspetti sono al centro di questo numero di Storie di Storia. Buona lettura!
Moneta da 50 pence del Baliato di Jersey, 2020. Fotografo: Jamnik z Tarnowa. Fonte: opera propria
Più di un paradiso fiscale
Ridurre Jersey a un semplice “paradiso fiscale” significa trascurare una realtà molto più complessa. L’isola non è uno Stato sovrano, ma una Crown Dependency della Corona britannica. Non fa parte del Regno Unito né, prima della Brexit, apparteneva all’Unione europea, sebbene intrattenesse con entrambe relazioni istituzionali ed economiche peculiari. Dispone di un proprio parlamento (States Assembly), di un sistema giudiziario autonomo e del potere di legiferare in materia fiscale. Il Regno Unito mantiene la responsabilità della difesa e delle relazioni internazionali, ma interviene solo in misura limitata negli affari interni dell’isola. Questa autonomia ha costituito il presupposto giuridico sul quale, dagli anni Sessanta, Jersey ha costruito il proprio sviluppo economico. Nel giro di pochi decenni l’economia, storicamente fondata sull’agricoltura, sulla pesca e sul turismo, si è progressivamente trasformata in una delle più importanti piattaforme mondiali per i servizi finanziari internazionali.









