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Se vuoi diventare rettore della Sapienza devi prima promettere di boicottare Israele. È questo, al netto delle formule sulla pace e sui diritti, il significato politico della lettera del Comitato Sapienza per la Palestina nella quale i docenti firmatari chiedono ai candidati alla guida dell’ateneo «impegni programmatici, limpidi e vincolanti» contro le collaborazioni con istituzioni, università e centri di ricerca israeliani. La richiesta pretende, quindi, una dichiarazione preventiva di conformità: chi aspira a governare la più grande università italiana deve prendere «nettamente le distanze da Israele», rinunciare alla neutralità e aderire a una precisa lettura del conflitto mediorientale. Il candidato non viene valutato per la capacità di garantire pluralismo, ricerca e autonomia scientifica, ma per la disponibilità a trasformare l’ateneo in soggetto militante.

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Nella lettera, Israele è indicato come causa della «moltiplicazione delle guerre» e come responsabile di una politica di aggressione che durerebbe da 78 anni. Non compaiono il massacro del 7 ottobre, il terrorismo di Hamas, i razzi lanciati contro i civili israeliani, le guerre di aggressione subite dallo Stato ebraico o il ruolo dell’Iran e delle sue milizie. La selezione dei fatti è il presupposto sul quale si costruisce la pretesa di subordinare l’accesso al rettorato a una scelta politica già scritta. Dopo la mappatura del “turismo sionista”, arriva così un’altra forma di classificazione, liste, registri e persecuzioni. Nel primo caso si censivano alberghi, imprese e persone. Ora si misurano i candidati rettori di un ateneo sulla disponibilità a interrompere i rapporti con Israele. Cambiano gli strumenti ma resta il metodo: individuare un bersaglio, separarlo dagli altri e rendere la distanza da quel bersaglio una prova di affidabilità.