Maurizio Cattelan si comporta come qualcuno che deve ancora dimostrare qualcosa, nonostante sia uno degli artisti più riconosciuti al mondo. Le sue opere hanno riempito musei, aste, giornali e generato un’attenzione che ha superato di gran lunga i confini dell’arte. Alcune, come la banana attaccata al muro con lo scotch (Comedian, 2019) o il dito medio puntato contro la Borsa di Milano (L.O.V.E, 2010), sono impresse nell’immaginario collettivo. Eppure l’idea di essere “arrivato” non sembra convincerlo affatto.
Ha davanti un autunno fitto, Cattelan. Con una grande mostra personale e un importante progetto curatoriale, anche se preferisce partire dai traghetti che prenderà quest’estate. Quando si arriva a parlare di successo, dice: “Io diffido dell’arte. Diffido del successo. Diffido soprattutto di me stesso”. La sua carriera sembra procedere in linea retta, ma lui ha continuato a muoversi di sbieco, arrivando a inscenare il proprio pensionamento una quindicina d’anni fa, tra strategia artistica e autodifesa. È abilissimo a sfuggire alle domande – soprattutto ogni volta che la conversazione sembra avvicinarsi a una qualche forma di consacrazione – e quando risponde ci arriva per strade laterali. In abito scuro e con l’aria di chi potrebbe sparire da un momento all’altro, cambia sempre direzione. Anche questa volta.







