Il leader di Azione alle Politiche correrà in solitaria o quasi. Nelle città, invece, sceglierà di volta in volta il candidato. Una politica dei due forni che sarà difficile da far digerire ai suoi.

C’è vita oltre il bipolarismo? Carlo Calenda scommette di sì, annunciando ufficialmente che alle prossime Politiche Azione correrà come forza di centro, uscendo dalle «accozzaglie» guidate rispettivamente da Giorgia Meloni ed Elly Schlein. Del progetto fa parte anche la leader del neo Spazio Pubblico, Pina Picierno, con cui il leader di Azione ha ‘debuttato’ a Caserta martedì sera per presentare «l’alternativa riformatrice ed europeista». E per giustificare la rottura definitiva col centrosinistra, l’ex ministro profetizza che il vero leader del campo largo sarà alla fine Giuseppe Conte, dal quale notoriamente si sente lontano anni luce. Cordialmente ricambiato.

Carlo Calenda (Imagoeconomica).

Preferenze addio

La scelta resa pubblica segue lunghi mesi di indiscrezioni su un ventilato accordo tra Meloni e Calenda, il quale sarebbe disponibile ad assumersi responsabilità di governo nel caso di un (non improbabile) pareggio elettorale, con susseguente riedizione del caos istituzionale che potrebbe aprire a un esecutivo tecnico e/o di larghe intese. Intanto il capo di Azione mette le mani avanti: «Trovo importante e positiva la decisione di Meloni di escludere un’alleanza con Vannacci», ha twittato mercoledì. «Elly Schlein dovrebbe mostrare la stessa chiarezza». Nei confronti di chi – escludendo il generale in pensione il quale con l’IA si diverte a condannare virtualmente a morte la segretaria dem – non è dato sapere. Ogni pronostico è però subordinato all’iter della legge elettorale, che ha visto il clamoroso capitombolo di FdI sull’emendamento riguardante le preferenze. Il testo introduceva un arzigogolato punto di caduta tra i capolista bloccati e la possibilità per gli elettori di scegliere tra i restanti candidati. La sconfitta per un solo voto nello scrutinio segreto lascia aperta ogni possibile indimostrabile dietrologia su chi abbia effettivamente orchestrato la manovra, ma la certezza è che – in fondo – a tutti i partiti faccia molto più comodo avere mano libera sulla scelta di chi andrà in Parlamento. «Noi ci abbiamo provato, però…».