Quale sia la nostra mano dominante innata, se la destra o la sinistra, alla fine, conta davvero poco: è l’esercizio, l’uso continuo, a rendere un arto più abile dell’altro, soprattutto quando si tratta di usare uno strumento. A confermarlo è oggi una ricerca, pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, condotta da neurologi dell’Università della California Los Angeles (Ucla) e della Johns Hopkins University, che ha messo in crisi la convinzione che ci sia un vantaggio intrinseco di un emisfero del cervello sull’altro, facendo scrivere un gruppo di volontari – tutti destrimani – con i gomiti.
Cosa dice la scienza sulla mano dominante
In tutte le specie ci sono individui che preferiscono usare un lato del corpo rispetto all’altro descrivendo uno specifico movimento, ma solo nell’essere umano questa caratteristica è tanto marcata. Malgrado esistano numerosi studi, la scienza non è ancora giunta a una conclusione definitiva sulle cause di questo fenomeno. Una possibile spiegazione risiede nella genetica, e in particolare nei geni che codificano per le proteine che costituiscono i microtubuli, cioè strutture filamentose che fungono da scheletro dinamico delle cellule e da sistema di trasporto. Alcune varianti sembrano influenzare la simmetria durante lo sviluppo del midollo spinale del feto, creando una leggera inclinazione per un lato o per l’altro prima ancora che il cervello si connetta agli arti. Studi dei movimenti fetali, infatti, suggeriscono che sia il movimento riflesso degli arti a plasmare il cervello e non viceversa: già intorno a 10 settimane di sviluppo, il braccio che si muove di più predice la futura lateralizzazione con un buon grado di precisione.






