Non una rivalutazione della gravità dell'omicidio, né un ripensamento sulla responsabilità dell'imputato, ma la necessità di adeguare la pena alla situazione personale maturata in trent'anni.
È questa la ragione per cui la Corte d'Assise d'Appello di Genova ha ridotto dall’ergastolo a 14 anni la condanna inflitta a Salvatore Aldobrandi per l'omicidio di Sargonia Dankha, la ragazza di 21 anni scomparsa a Linköping, in Svezia, il 13 novembre 1995 e il cui corpo non è mai stato ritrovato.
Nelle 82 pagine di motivazioni, i giudici confermano integralmente il giudizio di responsabilità e l'aggravante dei motivi abietti, ma riconoscono all'imputato le attenuanti generiche, ritenute prevalenti. Una decisione che, precisano, «non si fonda su una sottovalutazione della gravità del fatto, che resta gravissimo», bensì «sulla necessità di adeguare la attuale risposta sanzionatoria alla concreta individualizzazione della pena», tenendo conto «anche dell'evoluzione della persona dell'imputato nel lunghissimo periodo successivo».
La Corte richiama innanzitutto l'età dell'imputato, che oggi ha 76 anni, e le sue condizioni di salute. Circostanze che, pur non essendo incompatibili con il carcere, «incidono sulla concreta afflittività della pena» e devono essere considerate nella valutazione complessiva del trattamento sanzionatorio.






