Donald Trump rilancia la sua offensiva commerciale sul settore farmaceutico. Sul social Truth il presidente americano ha annunciato che, a partire dal 1° agosto 2026, i farmaci generici importati negli Stati Uniti continueranno a entrare senza dazi per due anni. Al termine del periodo transitorio scatteranno però tariffe del 100% per un anno, destinate poi a salire al 200%. L’obiettivo dichiarato è spingere le aziende a trasferire la produzione negli Stati Uniti: “Vogliamo riportare la produzione di farmaci generici negli Stati Uniti, penalizzando le aziende che scelgono di non realizzare impianti e infrastrutture produttive entro i termini stabiliti”, ha scritto Trump, precisando che le regole per i farmaci innovativi e coperti da brevetto “rimarranno invariate”.
Le prime preoccupazioni arrivano dall’Europa. “Le catene di produzione dei nostri farmaci sono globali e profondamente interdipendenti. L’innalzamento di barriere al loro interno mette a rischio sia i costi che la sicurezza dell’approvvigionamento, per i pazienti qui e altrove”, ha commentato il ministro degli Esteri belga Maxime Prévot, chiedendo una risposta unitaria dell’Unione europea.
La misura rischia di avere effetti ben oltre gli Stati Uniti. I farmaci generici rappresentano circa il 90% delle prescrizioni negli Usa ma una parte consistente della loro produzione è localizzata all’estero, in particolare in India e, per quanto riguarda molti principi attivi, anche in Cina. Le aziende europee sono inserite nelle stesse catene del valore, sia attraverso la produzione diretta di medicinali sia nella fornitura di ingredienti farmaceutici attivi. Per questo Bruxelles teme che dazi così elevati possano aumentare i costi e creare nuovi rischi per la continuità delle forniture. La stessa industria del settore sottolinea da tempo che la produzione dei generici opera con margini molto ridotti e che spostare gli impianti richiede investimenti e tempi lunghi.










