Che l’interesse di una fetta del mondo ambientalista si sia spostata dal cambiamento climatico alla questione palestinese è evidente dal fatto che Greta Thunberg ha smesso di fare gli scioperi scolastici del venerdì per imbarcarsi sulla Flotilla per Gaza. Ma ora questa onda ecologista antisraeliana è arrivata a Biella in una forma paradossale: gli attivisti di Ultima generazione sono passati dal bloccare le strade perché non si realizzano gli impianti rinnovabili a protestare per impedire la realizzazione di un impianto fotovoltaico. Il progetto che non s’ha da fare è un impianto agrivoltaico da 47 MW a Cavaglià, nel biellese, e in altri comuni limitrofi. Tra le ragioni dell’opposizione ci sono quelle tipiche di ogni movimento Nimby, dal paesaggio all’impatto sulle coltivazioni Dop, anche se l’agrivoltaico è proprio un sistema di pannelli sollevati da terra che consente di coltivare i terreni sottostanti. La criticità, semmai, è che l’agrivoltaico è troppo costoso e inefficiente, ma questo non è mai stato un problema per gli ambientalisti.La vera novità, il problema insormontabile per Ultima Generazione, è che l’azienda che propone l’investimento green, Econergy, è israeliana: “La transizione è indispensabile, ma non può avvenire ignorando i diritti umani e gli interessi che alimentano economie genocidiarie”, denunciano gli attivisti green. Anche il M5s è schierato contro il progetto: “Dovrebbe essere negata la concessione per un’attività economica a un soggetto legato a Israele che si è macchiato del genocidio a Gaza”, scrive il coordinatore provinciale del partito. Persino Legambiente, generalmente critica con i movimenti Nimby nemici dell transizione energetica, chiede attraverso il suo circolo “Dora Baltea” alla provincia di Biella di non autorizzare l’investimento per una ragione “di natura etica”, ovvero che i capitali hanno “una provenienza israeliana”, cioè vengono “da uno stato che sta conducendo lo sterminio di decine di migliaia di civili palestinesi a Gaza e in Cisgiordania”: si tratta di “risorse che di quelle azioni sanguinarie si sono giovate, grazie alla correlata espansione dei titoli della Borsa di Tel Aviv”. Lo stesso argomento viene sollevato dal circolo Tavo Burat che “ritiene moralmente inaccettabile che investitori israeliani operino nel nostro territorio con risorse economiche accresciute grazie al genocidio perpetrato da Israele a danno del popolo palestinese”.Viene da pensare che questa società, Econergy, sia coinvolta direttamente nelle operazioni militari. E invece no. Non c’entra nulla. Non è neppure inserita nei report delle ong che chiedono di boicottare le imprese israeliane che operano nei “territori occupati”, come accade per altre società energetiche. L’accusa è che Econergy ha realizzato un progetto in Bulgaria con il finanziamento di una società assicurativa, Phoenix, che a sua volta è accusata dalle ong favorevoli al boicottaggio di aver finanziato altri investimenti di rinnovabili nel Golan. E se anche Phoenix non c’entra nulla con l’agrivoltaico a Biella, Econergy ha un peccato originale: è israeliana. E questa è una colpa oggettiva: “Ha beneficiato, anche in assenza di responsabilità dirette, di questo assurdo trend al rialzo della Borsa di Tel Aviv, piazza impropriamente premiata dai mercati finanziari per le azioni belliche del governo Netanyahu”, dicono gli ecologisti. Il climate change ha smesso di essere il problema più grave dell’umanità. Prima c’è Israele.