L'emergenza

Alberto Gaffuri

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Ci sono giorni in cui il sindaco guarda il termometro con la stessa preoccupazione con cui, poche ore prima, aveva osservato il radar della pioggia. Stavolta, però, il temporale non lo teme. Lo invoca, un po’ come si faceva con le processioni durante i periodi di siccità. Un’onda di calore è una di quelle espressioni che sembrano inventate da qualche climatologo con molta fantasia e poca voglia di uscire di casa. Poi accendi il telegiornale e scopri che è la terza del 2026. I bollini rossi aumentano: prima due città, poi quattro, poi sette, infine quindici. Un forno, ma senza manopole per abbassare la temperatura.

Anche stavolta il sindaco viene allertato. La Pec arriva puntuale, con il consueto corredo di raccomandazioni: prestare particolare attenzione agli anziani, ai bambini e alle persone fragili; sensibilizzare la cittadinanza; monitorare le situazioni più critiche. Tutto giusto. Tutto condivisibile. Poi, però, chiuso il documento, si fa una domanda semplice: che cosa può fare, concretamente, un sindaco contro il caldo? Può abbassare il sole? Può convincere l’anticiclone africano a spostarsi altrove? Può chiedere a una nuvola di fermarsi proprio sopra il suo Comune Naturalmente no.