La recente rottura delle relazioni diplomatiche con l’Italia, innescata dalle dure prese di posizione della Farnesina sul caso dell’ex brigatista Alessio Casimirri, ha riacceso i riflettori su una strategia che il Nicaragua porta avanti da oltre quarant’anni. Quello che per Roma è uno scontro legato alla mancata estradizione di un condannato per la strage di via Fani, per il regime di Daniel Ortega rappresenta la norma operativa. Nel corso dei decenni, lo strumento dell’asilo politico e la concessione della cittadinanza express sono stati utilizzati per blindare una lista eterogenea di ricercati internazionali, sfruttando l’articolo 43 della Costituzione nicaraguense, che vieta tassativamente l’estradizione dei propri cittadini.
Uscendo dai confini europei, una delle pagine più significative di questa gestione riguarda i legami storici con la guerriglia colombiana. Nel 2008, il Nicaragua ha concesso asilo politico ufficiale a Lucía Morett, Martha Pérez Gutiérrez e Doris Bohórquez Torres, tre donne scampate a un bombardamento dell’esercito colombiano contro un accampamento delle Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia).
Nonostante la Procura generale dell’Ecuador avesse emesso un mandato di cattura internazionale contro di loro per reati legati alla sicurezza nazionale, Managua eresse un muro diplomatico, rifiutando ogni collaborazione e bloccando i tentativi di estradizione. Pochi anni dopo, nel 2010, la stessa protezione è stata estesa a Rubén Darío Granda, fratello del cosiddetto canciller delle Farc, Rodrigo Granda. Accusato dalla giustizia colombiana di riciclare il denaro della guerriglia attraverso l’acquisto illecito di beni immobili e terreni, Granda riuscì a fuggire da Bogotà nel pieno delle indagini, trovando in Nicaragua un rifugio sicuro per sé e per la propria famiglia.












