Li chiamano «criminali» o «antagonisti» per marcare la distanza. Ma in piazza Nettuno, a Bologna non c’erano solo «quelli dei centri sociali». C’erano migliaia di cittadini per chiedere giustizia per Abderrahim Fakir, le stesse persone che durante la settimana frequentano l’università e i lunedì tornano in ufficio.
«Siamo i giovani che hanno bloccato tutto (durante le piazze per Gaza, ndr), che hanno sconfitto il governo Meloni, siamo gli studenti, siamo i lavoratori che si organizzano per lottare contro la militarizzazione dei quartieri, la repressione del dissenso, contro il razzismo, la remigrazione. Perché l’unica vera sicurezza è quella sociale», hanno detto al microfono alcuni dei manifestanti, mentre altri applaudivano. A testimoniare che c’erano anche i giovani che si sono battuti per la Costituzione, al referendum. E la Generazione Gaza che ha riempito le strade del Paese per chiedere la fine del genocidio. Che tanti hanno lodato per la capacità di tornare a occupare lo spazio fisico, sperando che fosse un modo per riportarli alle urne.
Che la piazza fosse piena e composita, l’hanno visto tutti già prima dell’inizio degli interventi. Che non tutte realtà avessero la stessa visione del mondo, pure. Vicino alla Salaborsa le istituzioni, di fronte, i collettivi studenteschi. In mezzo tanti altri. «Quando il sindaco ha parlato ci sono stati fischi. Quando sono intervenuti i familiari di Abderrahim tutti erano in ascolto», ricorda Lorenzo Lombardi, 27 anni, alla manifestazione come tanti suoi colleghi dell’associazionismo: «Persone che lottano per i diritti nella quotidianità. E che si sono ritrovati in piazza». Racconta che i cori contro la polizia sono iniziati in piazza Nettuno e che quando il corteo è partito verso la Prefettura erano qualche migliaio. Si vede anche dai video: piazza Roosevelt è piena. E l’intenzione di raggiungerla era nota dalla sera del presidio al Pilastro.










