Le parole della politica non sono mai soltanto parole: sono scelte di campo, architetture morali, perimetri dentro cui si decide chi è persona e chi è soltanto un disturbo dell'ordine pubblico. Nel messaggio con cui la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha commentato i fatti di Bologna, dove Abderrahim Fakir è morto sull'asfalto dopo essere stato bloccato e immobilizzato dalle forze dell'ordine, il linguaggio non sembra limitarsi a restituire i fatti, ma piuttosto a stabilire che cosa si debba vedere e che cosa no. Da una parte si assiste infatti alla progressiva dissoluzione della responsabilità dello Stato, dall'altra all'esplosione di una condanna senza appello verso chi scende in piazza a protestare.

La grammatica della rimozione Se si legge con attenzione il post diffuso da Meloni, si assiste a una vera e propria operazione di chirurgia sintattica. La scena primaria di via Svevo scompare. Spariscono le divise, spariscono gli agenti, sparisce persino l'azione fisica del contenimento. La morte di un uomo di quarantatré anni, avvenuta mentre era sull'asfalto, immobilizzato dalla Polizia, si scioglie nella formula evirata di "quanto accaduto", assorbita dal termine burocratico "decesso", un evento quasi metafisico su cui bisognerebbe semplicemente "accertare eventuali responsabilità". I soggetti spariscono, i verbi diventano passivi e la parola violenza viene tenuta scrupolosamente a distanza. E non si tratta di garantismo in attesa delle indagini, perché la cautela giudiziaria si arresta un attimo prima di guardare la strada. Basta infatti scorrere di poche righe e il registro si ribalta.