Milano. Nel magico mondo dell’AI, le classifiche si aggiornano su base settimanale. Quando però sulla vetta delle performance dei modelli LLM (cioè i sistemi di intelligenza artificiale capaci di generare testo, come ChatGPT o Claude) arriva un modello cinese, la notizia viene sempre recepita come un affronto alla leadership tecnologica occidentale (ovvero americana). Kimi K3, il modello cinese open weight – cioè con i parametri che lo compongono resi pubblici e liberamente scaricabili – da 2,8 trilioni di parametri rilasciato da Moonshot AI, pare essere migliore anche dei tanto celebrati Fable di Anthropic o dell’ultima versione sotto steroidi di ChatGPT. La notizia stupisce solo chi non aveva seguito gli sviluppi di Deepseek (a cui seguirono grosse correzioni in borsa dei titoli di Nvidia e di tutto il comparto), e allora sono più le reazioni che vengono dalla Silicon Valley e da Washington a risultare interessanti.Dean Ball, recentemente passato dall’Amministrazione Trump a capo del futuro strategico di OpenAI, ha dedicato un lungo filo di pensieri al fenomeno, e tra le righe si legge una preoccupazione che riguarda meno la tecnologia cinese in sé quanto il modello economico che quella tecnologia sta silenziosamente costruendo. La tesi centrale di Ball è che i modelli open weight siano intrinsecamente decelerazionisti, perché scoraggerebbero gli investimenti da parte delle grandi aziende necessari a costruire la prossima generazione di sistemi. Gli accelerazionisti che festeggiano l’apertura dei pesi di questi modelli (una sorta di “open source” ma senza condivisione dei dati di addestramento), sostiene, lo farebbero in realtà non tanto per la velocità del progresso quanto per l’ingovernabilità che l’apertura produce, un rifugio dalle regole più che un moltiplicatore di scoperte.E’ qui che il ragionamento comincia a scricchiolare, e non a caso sotto il suo stesso post sono comparse repliche piuttosto piccate che ribaltano la prospettiva. Se si accetta che il progresso scientifico dipenda dalla diffusione capillare degli strumenti più capaci, allora rendere, come va di moda a Pechino, un modello avanzato “di frontiera” disponibile a chiunque – un’AI bene comune, per dirla con Xi Jinping –, dai laboratori universitari alle startup senza budget per licenze costose, può essere la via più efficiente per spingere davvero la frontiera della conoscenza, mentre un sistema chiuso in stile Silicon Valley attrae sì capitali sui laboratori che lo sviluppano, ma senza garantire che venga applicato su vasta scala. C’è poi un argomento che tocca Ball più da vicino: chi tiene i modelli sotto chiave si trasforma in arbitro di chi può accedere alla tecnologia, sostituendosi alle strutture che oggi finanziano la scienza, università ed enti erogatori di sovvenzioni, con un potere discrezionale che i laboratori non avevano mai esercitato prima. Le stesse misure di sicurezza con cui Anthropic ha limitato l’accesso di alcuni ricercatori di biologia a Fable sono state citate, anche nelle risposte stesse al tweet di Ball, come prova che anche il fronte chiuso produce i suoi freni. Il punto, insomma, è che “decelerazionismo”, ammesso che sia un concetto con connotazione esclusivamente negativa, è una parola che dipende interamente da cosa si intende per accelerazione: se è la concentrazione di capitale sui pochi laboratori che possono permettersi di addestrare modelli da miliardi di dollari, l’apertura dei modelli in stile cinese in effetti la frena; se è la velocità con cui la conoscenza si diffonde nella società, l’apertura potrebbe essere invece il suo motore più potente.Resta il timore di fondo di Ball, che i modelli open weight finiscano per legittimare la visione cinese dell’intelligenza artificiale come infrastruttura pubblica digitale, fornita dallo stato piuttosto che venduta sul mercato, uno scenario che definisce “apertamente distopico”. Qui i numeri aiutano a capire perché Pechino non tema di percorrere questa strada. Secondo l’AI Index 2026 di Stanford, la Cina detiene il 74,2 per cento dei brevetti AI globali, guida per pubblicazioni scientifiche e citazioni, e nel 2024 ha realizzato il 54 per cento delle installazioni mondiali di robot industriali, con un settore della robotica umanoide che cresce al ritmo dell’elettronica di consumo. Gli Stati Uniti mantengono però un vantaggio strutturale profondo: gli investimenti privati in AI hanno raggiunto 285,9 miliardi di dollari nel 2025, ventitré volte quelli cinesi, e i brevetti americani generano oltre la metà di tutte le citazioni successive a livello mondiale, segno di una qualità che la sola quantità cinese non compensa. Il divario di prestazioni tra i migliori modelli dei due paesi, secondo lo stesso rapporto Stanford, si è ridotto al 2,7 per cento. E’ in questo spazio sempre più stretto, tra volumi cinesi e influenza americana, che si gioca la vera partita, molto più della singola, effimera classifica vinta da Kimi.