I baby boomer di tutto il mondo vissero con emozione la missione Apollo 11. Il 20 luglio 1969 guardammo su un monitor catodico da 14 pollici i primi, nebbiosi passi dell’uomo sulla Luna. La fantascienza diventava realtà. La gente era orgogliosa e ammirata, piena di speranza in un futuro radioso. Non proprio tutti. Alcuni provarono sentimenti contrastanti, come il poeta Wystan Auden; qualche gufo addirittura una rabbia esplosiva.
In campeggio nella Maremma, condivisi la profonda malinconia di Dino Buzzati quando vide lo scarpone di Amstrong posarsi sul suolo polveroso del Mare della Tranquillità. Nell’articolo Non deluderci, Luna, pubblicato sul Corriere della Sera in quei giorni, descrisse l’emozione di chi, guardando dal balcone, sperava ancora che la Luna mantenesse intatto il suo alone di mistero, mito, poesia. E ci fu chi non nascose qualche preoccupazione:
Sulla luna, per piacere, / non mandate un generale: / ne farebbe una caserma / con la tromba e il caporale*.
I poeti hanno la vista lunga.
Sessant’anni fa, Stati Uniti e Unione Sovietica erano lanciati nella corsa alla Luna. Vinsero gli Stati Uniti. Gli astronauti dell’Apollo piantarono la bandiera a stelle e strisce sul suolo lunare, si spostarono qua e là, allestirono alcuni esperimenti, raccolsero campioni di roccia. Senza, però, un vero e proprio piano di colonizzazione. La sfida era stata solo un episodio del lungo confronto a distanza concluso nel 1989, tal quale la sfida tra Rocky e Ivan Drago a Mosca o l’abbattimento del Boeing coreano nei giorni in cui ero a Mosca.








