Il curriculum apre le porta di un’azienda, poi una volta a bordo, a rendere il lavoro un’esperienza positiva o meno, è spesso il rapporto quotidiano con il proprio responsabile. Su questo punto Federica Romagna, coach che da anni affianca imprese, manager e candidati, Top voice di LinkedIn che collabora con l’Osservatorio Delta Index, parte da un dato che l’Osservatorio ha pubblicato qualche settimana fa: solo il 2% delle imprese condivide le stesse priorità dei propri giovani talenti. Da una parte i manager mettono al primo posto ambizione, sacrificio, presenza in ufficio, risultati. Dall’altra i giovani cercano equilibrio di vita. «Forse dicono la stessa cosa in modo diverso, e invece di trovare una via comune vanno allo scontro» osserva Romagna. A questo si somma un pregiudizio duro a morire: quello dei giovani come persone senza voglia di fare. Un’etichetta che, secondo la coach, racconta più chi la usa che chi la subisce.
Il cambio di paradigma «I manager di oggi sono cresciuti con l’idea che il lavoro coincidesse con l’identità personale» spiega Romagna. Il successo si misurava con le ore passate in ufficio: più tempo, più valore. «I giovani hanno visto altro. Spesso i propri genitori andare in burnout, per aziende che non li hanno mai premiati». Per questo il lavoro, per loro, resta importante ma diventa una parte della vita, non tutta la vita.






