Vigne di Prosecco. Foto di energepic.com/pexel

Il Veneto è la prima regione italiana per esportazione di vino. Nel 2023 ne ha venduto all’estero per 2,82 miliardi di euro, il 36% del totale nazionale. Gran parte di questo successo ha un nome: Prosecco. Gli ettari destinati alla sua produzione sono passati dagli 8.700 del 2010 agli oltre 24.000 attuali.

Quando arriva settembre, però, quelle colline devono essere vendemmiate e tra Veneto e Friuli ci sono più di 30.000 ettari di Glera. La vendemmia dura due o tre settimane e questo significa una domanda enorme e concentrata di manodopera. I pensionati, gli studenti, i parenti e i vicini che un tempo aiutavano le piccole aziende non bastano più. A raccogliere i grappoli oggi sono sempre più spesso lavoratori provenienti dall’Asia, dall’Africa e dall’Europa orientale.

È da qui che parte Gli ingredienti del caporalato, il rapporto dell’associazione Terra! dedicato allo sfruttamento lavorativo nell’agricoltura di Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Veneto e Lombardia.

“Quella del Prosecco è una produzione intensiva - spiega Valeria Piro, docente dell’Università di Padova e supervisora scientifica del rapporto -, orientata all’esportazione, cresciuta moltissimo negli ultimi anni e concentrata in un’area piuttosto ristretta. Quando la produzione è così concentrata, questo comporta delle conseguenze per chi lavora e per chi vive in quei territori". E chi lavora in quei territori è solitamente reclutato attraverso intermediari: ”Mentre al Sud troviamo più spesso la figura del singolo caporale - continua Piro -, in Veneto vediamo soprattutto due forme di intermediazione: le cooperative senza terra, che forniscono lavoratori e servizi alle aziende, e le partite IVA che reclutano altra manodopera, spesso facilitandone anche l’arrivo dai Paesi di origine”.