“Il calcio è la mia vita, mi dicevo. Ma è durata poco: credo fossi davvero promettente, finché un infortunio mi ha obbligato ad appendere gli scarpini al chiodo. A vent'anni ho detto addio al sogno di diventare calciatore professionista e quella ferita, in fondo, non si è mai rimarginata davvero. Ho continuato ad amare questo sport da tifoso e attraverso i videogiochi. Poi, un anno fa, dopo la fine della mia relazione, quel passatempo è diventato qualcosa di molto più pericoloso. Il gioco è diventata dipendenza”. A raccontare la sua rinascita è Francesco V., 42 anni, che vive a Milano e lavora nel marketing.
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Quando il videogioco è diventato un rifugio
“Il calcio è sempre stato il filo conduttore della mia vita. Da ragazzo giocavo ad alti livelli e speravo di trasformare quella passione in un lavoro. Poi è arrivato un infortunio serio che ha chiuso ogni prospettiva professionale. Ho sofferto molto, ma col tempo ho imparato ad accettarlo. Mi sono costruito una carriera nel marketing, ho avuto relazioni importanti e una vita piena. Il calcio però non è mai uscito dalla mia quotidianità. Guardavo partite, seguivo il mercato e passavo molte ore sui videogiochi sportivi. Era un hobby, niente di più. Almeno fino a un anno fa. Dopo cinque anni insieme, la mia compagna mi ha lasciato. La relazione era arrivata alla fine e probabilmente avremmo dovuto capirlo prima, ma per me è stato comunque un colpo durissimo. Mi sono ritrovato da solo in casa e ho iniziato a rifugiarmi sempre più nei videogiochi. All'inizio giocavo qualche ora per distrarmi, poi sono diventate molte di più. Ho smesso di uscire, di rispondere agli amici, di fare sport. Se non lavoravo, ero davanti alla console. E quando per qualche motivo non potevo giocare, diventavo nervoso e inquieto. Non mi interessava più nulla del mondo reale. Avevo trovato una specie di rifugio dove non dovevo affrontare né la solitudine né il dolore che mi portavo dentro”.






