Dopo i palazzetti Frah Quintale riscopre il calore di notti sotto la luna come quella che gli regala domani sera «Salerno sounds» in piazza della Libertà. Tutto sulla scia di «Amor proprio» è il suo quarto album solista, che lo ridefinisce come autore e come interprete dopo l’esperienza a due con Coez di «Lovebars». «È un disco con dentro tanta penna, tanta scrittura, tanta attenzione al sound, e tutto quello che m’è accaduto in questa decade, ora certe cose dovrò sedimentarle e poi andare avanti», spiega lui.
Joan Thiele a Sanremo con Nayt: l'infanzia in giro per il mondo, la voce per la giustizia e la vita privatissimaUn disco scritto tra Varazze, Volterra e Asiago. Cercando cosa? «Anche se amo starmene in studio, quella è una dimensione che ti spinge a cercare la canzone a tutti i costi, mentre decontestualizzare la scrittura, portandola in posti più di “vacanza”, rende tutto più piacevole, e la scrittura se ne avvantaggia. Provo a far sì che la musica non diventi lavoro, impegno, ossessiva ricerca del brano giusto, ma conservi la vena gioviale e divertita dell’incontro con gli amici, anche se, come detto, tendo istintivamente all’approccio opposto». Un punto sulla mappa geografica che, sotto questo aspetto, potrebbe rivelarsi stimolante? «Qualsiasi posto dove ti senti nella natura va benissimo, che si tratti di Volterra o della Giamaica, tanto per citare un paio di posti in cui sono stato bene negli ultimi anni, è lo stesso». Si può dire che nella sua carriera c’è stato un prima e un dopo «Lovebars»? «Sì. Coez mi ha fatto la proposta del disco a due in un momento un po’ confuso del mio cammino artistico, quando non sapevo bene che strada prendere. Dopo “Regardez moi” e “Banzai”, i miei primi lavori, mi sentivo ancora alla ricerca di un’identità precisa, come se mancasse un filo capace di tenere tutto insieme. L’esperienza di “Lovebars” mi ha dato modo di tornare in studio e confrontarmi con un’altra persona, cosa che non succedeva da tempo perché sono un solitario abituato a chiudersi in studio con le sue idee e uscire solo a progetto finito. Cosa di per sé molto bella perché trasforma il confronto col foglio bianco in una specie di terapia capace di tirarti fuori tutto quel che hai dentro, ma ti fa anche correre il rischio di rimanere intrappolato nella tua stessa prospettiva. Il confronto con un amico mi ha permesso, invece, di allargare lo sguardo, di mettere in discussione le mie certezze e vedere la musica da angolazioni nuove». Una volta pubblicata la canzone non è più di chi l’ha scritta? «Diciamo che chi l’ha scritta non può più deciderne i destini, penso pure a brani miei esplosi improvvisamente su TikTok dopo anni passati nell’ombra o quasi». Ce l’ha un collega enorme, gigantesco, bello e impossibile che le piacerebbe incontrare prima o poi? «Così su, due piedi, mi verrebbe da dire Pharrell Williams e Tyler, the Creator, visto che la mia musica si ispira a quei mondi là». Del Francesco Servidei ragazzo che vent’anni fa, con Merio, ha cominciato a fare questo lavoro nei Fratelli Quintale cos’è rimasto? «L'urgenza di scrivere. E poi quella naturale inclinazione a fare le cose a modo mio, nata dentro un mondo che sento profondamente vicino: quello dei graffiti. Ho iniziato ad interessarmi di musica, infatti, partendo proprio da un graffitismo in cui l’originalità non è un dettaglio, ma una condizione essenziale». L'anno scorso ha cantato a Sanremo con Joan Thiele nella serata del venerdì. Nessuna tentazione di tornarci in gara? «Mah, secondo me la presenza al Festival è un allineamento di pianeti condizionato dal brano che hai per le mani. Non escludo niente. Sono stato contento, comunque, dell’invito di Joan che mi ha permesso di scoprire un mondo nuovo e di divertirmi sulle note di “Che cosa c'è” di Gino Paoli».






