La scomparsa di Arnaldo Pomodoro segna la fine di una delle voci più autorevoli della scultura contemporanea italiana, ma lascia anche un'eredità profondamente intrecciata con una delle esperienze culturali più originali in Italia: le Orestiadi di Gibellina. Nel dialogo tra il grande artista e la Fondazione, si ritrovano infatti alcuni dei temi che hanno attraversato l'intera sua ricerca: il rapporto tra materia e memoria, tra mito e contemporaneità, tra la ferita della storia e la possibilità di trasformarla in linguaggio artistico.

Nate all'indomani del terremoto del Belice del 1968, le Orestiadi hanno da subito rappresentato un laboratorio in cui teatro, arti visive, musica e architettura si sono incontrati per immaginare una rinascita culturale di un territorio devastato. In questo contesto, il richiamo all'Orestea di Eschilo non è mai stato soltanto un riferimento teatrale, ma il simbolo del passaggio dalla distruzione alla ricostruzione, dalla vendetta alla giustizia, dal caos a un nuovo ordine civile. Pomodoro riconobbe in questo progetto una tensione affine alla propria poetica. La sua ricerca, fatta di superfici apparentemente perfette che si aprono mostrando ingranaggi, fratture e complessità interne, ha sempre raccontato la stratificazione del tempo e la fragilità della condizione umana. Non stupisce quindi che il suo percorso abbia incrociato quello della Fondazione Orestiadi, luogo che ha fatto dell'incontro tra i linguaggi artistici e della riflessione sul Mediterraneo uno dei propri tratti distintivi.