D’Ascoli

Una collina, appena fuori dalle mura di Arezzo, mostra tutta la città. Da Santa Maria delle Grazie, nell’estate del 1849, per una notte, Giuseppe Garibaldi osservò i tetti, i campanili e le porte sbarrate di una città che aveva sperato di trovare amica e che invece gli voltò le spalle.

Fu una sosta di poche ore, ma destinata a entrare nella storia. Da una parte un manipolo di uomini esausti, reduci dalla disperata difesa della Repubblica Romana e dall’altra una comunità impaurita, fedele al Granducato di Toscana e terrorizzata dall’idea che l’arrivo dei garibaldini potesse trascinare Arezzo in una guerra già perduta.

Due Italie si guardarono da lontano senza incontrarsi mai. È il 21 luglio 1849. Roma è caduta da meno di tre settimane. L’esperienza della Repubblica voluta da Mazzini è stata soffocata dalle truppe francesi del generale Oudinot, accorse in difesa del potere temporale del Papa. Garibaldi ha lasciato la città il 2 luglio promettendo ai suoi volontari "fame, sete, marce forzate e battaglie". Nessuna ricompensa, soltanto sacrifici. Erano quasi quattromila le camicie rosse alla partenza. Dopo giorni di inseguimenti, combattimenti e diserzioni, ne restano poco più di duemila.