Di cosa si parla quando si parla di «libertà» e lo si fa convocando una figura particolarmente importante del pensiero contemporaneo tanto in relazione all’orizzonte della politica quanto a quello dell’espressione artistica, nella fattispecie della scrittura e dell’azione teatrali? È la domanda che percorre le analisi storico-critiche e le contestualizzazioni teoriche che Barbara Chitussi propone in Paradosso della libertà Il teatro politico di Sartre (Cronopio, «Tessere», 2026, pp. 130, € 14,00). Basata su documenti inediti rinvenuti in archivi parigini, l’attenzione è tutta sull’ideazione e la pratica – a partire dai primi anni Quaranta del secolo scorso – dell’azione teatrale da parte di Sartre, alla ricerca di un rilancio delle sue teorie sulla situazione ontologica e la prassi umane.
Evocando la ricezione della fenomenologia e lo studio del confronto di Sartre con il Paradosso dell’attore di Diderot, il saggio si concentra sui termini decisivi della nozione di libertà e soprattutto sulla sua esperienza, in rapporto alla scena storica che si è aperta – di fatto per non più chiudersi – con le politiche autoritarie, le pressioni ideologiche della società mediatica, l’occupazione delle coscienze, il controllo della sfera personale e degli stili di vita dei cittadini, fino a compromettere la possibilità di un dissenso reale. Anche discutendo le relazioni con registi come Charles Dullin e Jean-Louis Barrault, Chitussi in effetti s’impegna a inquadrare e sciogliere il carattere paradossale di una frase di Sartre divenuta presto celebre: «Non siamo mai stati così liberi come sotto l’occupazione tedesca». Frase la cui pregnanza viene resa manifesta tramite la presa di parola drammaturgica e la progettazione di azioni teatrali portatrici di una vera e propria «contro-mistificazione», realizzata invitando gli spettatori a una riappropriazione collettiva della capacità di agire e di scegliere.






