Nell’estate del 1993, «The Review of Contemporary Fiction» dedicò il suo Younger Writers Issue a tre autori allora emergenti: David Foster Wallace, William T. Vollmann e Susan Daitch. Se a più di trent’anni di distanza i primi due sono entrati stabilmente nel canone della narrativa americana, Daitch – apprezzata da Wallace e da critici autorevoli come Larry McCaffery, e autrice di una raccolta di racconti e sette romanzi, il più recente uscito nel 2025 – è rimasta completamente esclusa dall’orizzonte editoriale italiano.

Le edizioni Safarà colmano ora questa lacuna pubblicando per la prima volta in Italia un suo libro: La colorista (traduzione di Claudia Durastanti, pp. 288, €19,50), apparso negli Stati Uniti nel 1985, come numero 22 della collana sperimentale Top Stories, poi ampliato e pubblicato in volume nel 1990. Per descriverne l’andamento obliquo e il continuo spostarsi della prospettiva alla ricerca di uno sguardo che non ceda all’illusione del realismo, Daitch ha paragonato il libro – che racconta la New York degli anni Ottanta, segnata dal degrado urbano e attraversata da una vivace scena artistica – a «una fisarmonica che cade da una sedia».

Nata nel 1954 a New Haven, nel Connecticut, Daitch pubblicò nel 1986 L.C., un romanzo storico postmoderno costruito sul diario apocrifo di una donna coinvolta nella rivoluzione parigina del 1848, che comprendeva anche le successive traduzioni e manipolazioni del testo.