| 18 Luglio 2026 21:02 |
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(Adnkronos) – “I plurimi processi celebrati per la vicenda di Stefano Cucchi hanno disvelato prima ancora che singole condotte delittuose una mentalità tanto radicata quanto rudimentale che ha ostato alla stigmatizzazione pura e semplice di indicibili fatti di violenza, posti in essere nei confronti di un soggetto vulnerabile, con la pretesa di legittimare condotte delittuose finalizzate a negare quelle violenze, evidentemente permanendo il disvalore delle une e delle altre offuscato da soggettive convinzioni, prima ancora che da malinteso spirito di corpo”. E’ quanto scrive il giudice monocratico di Roma Carmela Foresta nella sentenza con cui il 16 luglio dello scorso anno ha condannato due carabinieri accusati di falso e depistaggio per le testimonianze rese nel corso del procedimento Cucchi-ter.
Secondo l’accusa, con le loro dichiarazioni hanno ostacolato la ricostruzione dei fatti durante il processo relativo ai depistaggi seguiti al pestaggio e alla morte di Stefano Cucchi, il 31enne romano, arrestato il 15 ottobre del 2009 e deceduto sette giorni dopo all’ospedale Sandro Pertini. In particolare, il giudice con la sentenza aveva condannato il maresciallo Giuseppe Perri a tre anni e sei mesi e a 4 anni Prospero Fortunato, all’epoca capitano e comandante della sezione infortunistica e polizia giudiziaria presso il nucleo Radio Mobile di Roma, che aveva optato per il rito abbreviato. Era stato invece assolto con la formula “perché il fatto non sussiste” Maurizio Bertolino, all’epoca dei fatti maresciallo presso la stazione di Tor Sapienza. Le accuse contestate dal pm Giovanni Musarò, a seconda delle posizioni, sono di depistaggio e falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici.






