PEPPE FIORE: «Nelle pause di revisione della terza stagione di “Vincenzo Malinconico, Avvocato d’insuccesso” (che abbiamo scritto con Gualtiero Rosella e Pier Paolo Piciarelli con la regia di Cosimo Gomez), siamo andati a vedere “Backrooms”, di Kane Parsons: successo mondiale, a oggi, da 300 milioni di dollari. Il protagonista è un venditore di mobili che si trova intrappolato in un labirinto lisergico, misteriosamente apparso nel basement del negozio. Prima di parlarne, però, entro a gamba tesa, Diego, con una domanda da collega. Io ho sempre pensato che un modo molto efficace per caratterizzare i personaggi di una storia fosse la lista delle loro paure. Vale anche per gli esseri umani: niente ci identifica meglio e più sinteticamente di ciò che più ci spaventa. Allora ti chiedo: come è cambiato nel tempo il tuo rapporto di scrittore con la paura?». DIEGO DE SILVA: «Credo in due fasi, che potrei riassumere così: per immaginazione e per sottrazione. Nella prima modalità ho provato a darle una forma, per quanto incorporea (del resto, la prima paura che proviamo nella vita è il buio, che poi resta un classico, un evergreen dell’angoscia; e non è un caso che io tema la cecità più di ogni altro dramma); nella seconda, l’ho ritrovata nella perdita e nella solitudine. Infatti sono convinto che chi fa il nostro mestiere scrive per raccontare quello che gli manca».P.F.: Veniamo a “Backrooms”. In realtà, il film è la rappresentazione di una sottocultura internettiana, quella delle backrooms appunto, nata dalla foto di una stanza labirintica e desolata postata su 4Chan. Da lì, una wave virale di meme, post, stories e video YouTube, in un mix di suggestioni analogiche anni Novanta, estetica corporate e riferimenti ai videogiochi sparatutto in prima persona anni 90 tipo Doom e Duke Nukem 3D. È proprio dai quei videogiochi, che erano scritti in un finto 3D, quindi fallace, che nasce il concetto del noclip, cioè il passare dall’altra parte del muro. Questo film, fuori da Internet, ci mostra per la prima volta cosa c’è dall’altra parte della backroom. E qui mi fermo perché rischio gli spoiler». D.D.S.: «Non sapevo che il film nascesse da una leggenda metropolitana, o meglio internettiana, che descrive un non-luogo che supera la categoria di Marc Augé per sconfinare nell’irreale, rappresentando l’inconscio come una successione interminabile di stanze; né che appartenesse al genere creepypasta, che, da bravo semianalfabeta digitale, mi ha fatto pensare ai noodles, quando me l’hai detto. Il fatto che tu sia più giovane di me è un arricchimento costante, perché lavorando insieme mi rendo spesso conto di quante cose non sappia della cultura della tua generazione, e quanto sia stimolante questa distanza anagrafica. A proposito di distanze, nel film la paura è fra le mura, ha una connotazione carceraria; eppure si concretizza in un labirinto dove la vera mancanza è il cielo. Che impressione ti ha dato questa contraddizione, che a me è parsa il gancio narrativo che inchioda lo spettatore alla poltrona?».P.F.: «Grazie per il giovane, anche se sinceramente durante il film mi sono sentito un ferro vecchio, visto che il pubblico in sala aveva un terzo dei miei anni (facciamoci del male: Kane Parsons è del 2005). Forse anche a questa trasversalità si deve il successo del film: per me che ho 45 anni “Backrooms” strizza l’occhio ai videogiochi dell’adolescenza, per i Gen Z ai meme brainrot o al vaporwave (altra sottocultura internettiana, citazionista e nostalgica, a cui si ascrive anche molta bella musica, dal mio amato Oneohtrix Point Never in giù). Detto ciò, è verissimo: in “Backrooms” la paura è tra le mura, più precisamente nel loro reiterarsi in architetture improbabili, angoli ciechi, false prospettive. Da una parte hai il dispositivo classico dell’horror – il mostro che può assalirti alle spalle da un momento all’altro – che ti inchioda alla poltrona. Dall’altra questo loop di spazi distorti mima il pensiero ossessivo e la psicosi: l’idea che il tuo cervello diventi una trappola frattale tipo K-hole da ketamina, un generatore di pezzi di ricordi spappolati, non più allineabili in forma di racconto. Tranci di informazione che ti corrono davanti agli occhi come un feed di Instagram, senza forma. È lì, in quello swipe compulsivo senza narrativa, che si annidano i veri mostri. È una metafora molto potente dello Zeitgeist in cui siamo immersi».D.D.S.: «Confesso di aver trovato addirittura divertente l’idea che attraversando una fessura di luce in una parete si finisse alla Biennale di Venezia; tanto che la mia naturale tendenza alla caduta di tono mi ha fatto pensare alle “Vacanze intelligenti” di Alberto Sordi, in particolare alla scena in cui scambiano sua moglie per un’installazione e addirittura la fotografano (in fondo, cos’altro era per quella coppia la Biennale se non un girone infernale?). Comunque è indiscutibile che un punto di forza del film sia nell’estetica, nella rappresentazione di ognuna delle psico-stanze come un’opera d’arte, un cumulo di oggetti, un disordine concettuale di materia organizzata in una scenografia geometrica. Sembra che Parsons voglia rappresentare l’inconoscibilità del terrore (che potrebbe valere come definizione dell’inconscio) come pornografia della luce, anziché come una proiezione immaginifica dell’oscurità».P.F.: “E porca mignotta! Ma chi so’ questi? Me stanno a fotografà!”… indimenticabile Augusta. Adesso invece c’è il body horror di “The Substance”, il weird d’autore di Ari Aster, il social horror di Jordan Peele. E, solo quest’anno, due blockbuster figli di YouTube: oltre a “Backrooms” naturalmente, “Obsession » di Curry Barker, un gioiellino di scrittura costato meno di un milione di dollari che ne ha incassati trecento volte tanto. Parlano tutti della new wave del genere horror: è ovvio ascriverla all’ansia endemica dell’epoca in cui viviamo (pensa a quanto Mark Fisher avrebbe amato “Backrooms”…). Al netto di questo, però, io ho l’impressione che oggi lo spettatore collettivo, costantemente iperstimolato, lo convinci a uscire di casa per chiudersi in un cinema solo promettendogli uno shock: e quindi l’horror. E poi c’entra, naturalmente, A24: la produzione che sta dietro alla maggior parte dei film citati e che, a oggi, è diventata un brand, grazie a un cinema assolutamente d’autore, anche sperimentale, ma fatto con le star, e che non ha paura di dialogare con i generi. Il tutto, supportato da efficacissime campagne di marketing. Chapeau».D.D.S.: «Mi entusiasma l’avanzata di giovani autori che si oppongono all’egemonia economica delle majors sbancando al botteghino con la forza di un’idea. Ed è significativo che questo nuovo cinema d’autore (che definire horror è riduttivo, secondo me) non sia per nulla autoreferenziale ma riesca a reclutare nomi di consolidato successo di pubblico. Vuol dire che anche attori più affermati hanno fame di novità, di idee, e sono disposti a mettersi in gioco per creare nuovi mercati. E c’è di più: un successo simile dimostra anche la possibilità di un uso non pettegolo, non ovvio, della Rete. Quello che mi domando ogni volta che mi trovo davanti a un’opera interessante nata sul web, è: senza Internet, dove sarebbero questi autori? Quali produttori avrebbero scommesso su di loro? In un certo senso, artisti come Parsons e altri hanno rovesciato il meccanismo del successo, costruendo la loro fama nel demanio virtuale per poi consegnarsi al mercato tradizionale, dettando le condizioni della vendita».P.F.: «È vero, c’è una nuova generazione di autori ormai matura che si è formata tutta dentro l’Internet culture. Non solo nel cinema, anche nelle serie (pensa a Sam Levinson, di “Euphoria” e “The Idol”): padroneggiano i linguaggi, li sanno decostruire e abitano l’ecosistema dei social per raccontare il loro lavoro e espanderlo. La letteratura qui mi sembra più conservatrice: a parte l’universo Wattpad, e qualche timido tentativo tipo i lavori di Tao Lin o “Scatola Nera” di Jennifer Egan (te lo ricordi? fece scalpore un premio Pulitzer che scriveva un romanzo solo di tweet, ma si fermava un po’ all’esercizio di stile) non vedo molta ricerca. Insomma, negli anni Novanta c’era il cyberpunk: c’erano Gibson, Ballard, Coupland… era una letteratura che attraversava la mutazione cognitiva e estetica del digitale, non per “combatterla”, ma riconoscendo che non c’era possibilità di uscirne e dunque per farne una narrazione critica. Oggi è come se gli scrittori si tenessero alla larga dall’immaginario digitale, tendenzialmente, per ripiegare sull’io o sulle narrazioni della nostalgia. O forse è la parola scritta, cioè il tipo di attenzione che la lettura richiede, a essere ontologicamente avversa ai tempi schizoidi del digitale?».D.D.S.: «A me pare che gli scrittori siano attratti dai nuovi fenomeni mediatici nella loro fase iniziale, quando si affacciano sul mondo della cosiddetta comunicazione e promettono cambiamenti epocali, che non sempre mantengono. Quando l’irruzione del nuovo si sgonfia, e quella che era partita come avanguardia si istituzionalizza, massificando e involgarendo anche i sentimenti più naturali (prendi l’odio, diventato una merce digitale come le immagini falsificate dall’intelligenza artificiale), la letteratura perde interesse a raccontarla e torna a un linguaggio essenziale. Non credo lo faccia per un istinto alla conservazione, ma per disintossicarsi o schimicare (questa seconda modalità è quella che preferisco, perché la letteratura – come qualsiasi altra forma d’arte – che schimica è divertentissima). Il pirata di “Backrooms” è goffo, malmesso e maldestro come le sagome delle giostre orrorifiche dei luna park anni ’70. Non so tu, ma io ho pensato che fosse anche un tentativo di ridicolizzare l’orrore, banalizzarlo, per dirla alla Harendt».P.F.: «Mi piace “schimicare”, te la rubo! Diego, è stato bello vivere l’incubo di “Backrooms” con te. Ci sono stati un paio di momenti in cui ho sfiorato l’infarto ma tu eri sempre lì, imperturbabile nella tua poltroncina, e questo mi ha tranquillizzato. Scriviamo un bell’horror insieme?».D.D.S.: «Più che altro penso che durante il film hai combattuto con il mal di denti, che ha cominciato a tormentarti quando si sono spente le luci. Al posto tuo sarei scappato alla ricerca di un antidolorifico. E no, “Backrooms” non mi ha affatto spaventato, non credo fosse quella la sua intenzione. Funziona molto, secondo me, il tentativo di rappresentare un’estetica dell’inconscio, il conflitto con la scelta cognitiva, la vittimizzazione dell’analista. Soprattutto, santiddio, si respira a pieni polmoni quando ci si trova davanti all’apoditticità di un’idea: quello che, credo, ognuno di noi chieda a un’opera d’arte. E sì, direi che il film ci ha caricato abbastanza da pensare, se non a un horror, a un thriller psicologico. Proposte?».P.F.: «Facciamo decidere ai nostri produttori: il primo che sgancia un congruo anticipo vince. Anche perché siamo nella stagione delle tasse e la mia personale backroom ha sempre più le sembianze dello studio del mio commercialista».
Backrooms, il New horror show di Kane Parsons che ha conquistato i giovanissimi
Un varco da attraversare. E un mondo parallelo di scale e corridoi. Per scoprirne il segreto, due scrittori sono andati al cinema per noi. E qui riflettono su i






