Il dramma del welfare piemontese si consuma nel silenzio delle famiglie costrette a dare fondo ai risparmi di una vita per curare i propri cari. In Piemonte la retta di una casa di riposo può arrivare a 3 mila euro al mese, mentre lo stipendio medio ad Asti si ferma a 1.800, per non parlare delle pensioni che spesso non permettono di arrivare a fine mese neanche in condizioni normali. Storie di disperazione Dietro le cifre fredde dei bilanci delle Rsa si nascondono storie di ordinaria disperazione, dove i costi dell'assistenza erodono stipendi, pensioni e patrimoni immobiliari accumulati con decenni di sacrifici. «Venderò la casa di famiglia pur di pagare la retta di mio padre», confessa con amarezza Fabio Russo, dipendente di un sindacato astigiano che percepisce 1.800 euro al mese a fronte di una retta da 2.500 euro. «Mio papà ha una pensione di mille euro al mese, la restante parte della quota la pago io e, anche considerando i 600 euro del contributo di “scelta sociale” della Regione, mi restano ancora mille euro da coprire. Come faccio a vivere con 800 euro al mese, con figli e le bollette da pagare?», si chiede Russo. Nemmeno le proprietà immobiliari offrono una via d'uscita. «I miei genitori hanno un appartamento: se lo affitto incasso 400 euro al mese, un introito divorato dalle spese condominiali e dalle tasse, lo dovrò mettere in vendita per poter andare avanti almeno per un po'», conclude l’uomo. In attesa dei contributi regionali La famiglia Russo si trova sospesa in un limbo burocratico, in attesa che l'Asl sblocchi la pratica del padre per accedere ai contributi regionali: «L’attesa è lunga e non so se queste risorse arriveranno prima che io sia costretto a vendere l’immobile». È la situazione in cui si è trovata Barbara Fantino, insegnante, per il pagamento della struttura per la madre. «Abbiamo provato inizialmente a cercare una badante, ma è stato molto difficile e lei aveva immediato bisogno di assistenza». Quando Fantino e la sorella sono venute a conoscenza di una struttura gestita dalle suore hanno subito chiesto la disponibilità di un posto. «Il costo, dai 1.400 ai 1.500 euro al mese, non era altissimo ma comunque ci siamo riusciti a malapena», racconta Fantino. Anche perché visite, esami e qualche extra sono tutti in più. «Con la reversibilità della pensione di mio padre e un po’ di accompagnamento di lei ci siamo stati dentro. Noi essendo lavoratori comuni avremmo avuto molte difficoltà. Abbiamo anche dovuto vendere la casa di campagna a gran malincuore, ma anche quello è servito». Una retta da 2500 per i non autosufficienti . La pressione finanziaria non risparmia chi ha già ottenuto un parziale sostegno pubblico. «Paghiamo 2.500 euro al mese per il ricovero di mia madre, non è autosufficiente. Per fortuna la Regione ne copre la metà, ma noi dobbiamo comunque sborsare 1.250 euro ogni mese, che non è certo una cifra da poco» racconta Francesca Antonietti, madre single con due figli a carico. Un peso economico si trasforma spesso in un doloroso carico emotivo per gli stessi anziani, lacerati dal senso di colpa. È toccante la testimonianza di Maria Rissone, 87 anni, nelle cui parole vibrano rabbia e vergogna: «Non avrei mai voluto essere un peso per i miei figli, ma le gambe non mi reggono più e non ce la faccio a stare da sola». L'anziana prosegue il suo sfogo con gli occhi lucidi: «Loro lavorano a tempo pieno e hanno i figli a cui stare dietro, così, dopo che è mancato mio marito, ho deciso di entrare in questa casa di riposo. Qui sto bene e sono accudita, ma costa e con la sola pensione di reversibilità di mio marito, di 800 euro, non riesco a coprire la retta». Per lei la tariffa mensile è di 2.600 euro, parlarne è difficile: «Non era così che doveva finire, non dopo una vita passata a lavorare e a fare sacrifici».
Anziani lacerati dai sensi di colpa: “I nostri figli costretti a vendere le case per accudirci”
Le testimonianze dei caregiver: “Stipendio e pensione non bastano per pagare le rette nelle case di riposo”
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