Il fisico Filippo Giorgi e l’allarme sul clima. Le temperature nel mondo continueranno a salire. Zone in condizioni estreme, abitudini da cambiare
«Non siamo preparati all’emergenza climatica che ci aspetta». Parola di Filippo Giorgi, responsabile della sezione di Fisica della Terra all’International Centre for Theoretical Physics di Trieste. Da oltre trent’anni Giorgi, Nobel per la Pace nel 2007 insieme con i suoi colleghi dell’Ipcc, lancia al mondo allarmi sempre più pressanti sulla crisi del clima. E l’ammonimento è sempre lo stesso: limitiamo le emissioni, perché ogni chilo, ogni tonnellata di CO2 in più conta. Le ondate di caldo che si susseguono in Europa diventano sempre più preoccupanti. Che cosa ci aspetta? «Non voglio fare il profeta di sventura, ma questo è soltanto l’inizio. Tutti gli indicatori puntano decisamente verso l’alto e non si tratta di una curva graduale. Da tre anni le temperature medie hanno già raggiunto il primo limite dell’Accordo di Parigi, superando di 1,5°C le medie pre-industriali. Questo non significa che siamo già arrivati in quella fase, perché ci vogliono le medie di vent’anni per definire ufficialmente superato quel limite, ma secondo me da qui non si torna più indietro, anzi, presto supereremo anche il secondo limite, quello dei 2°C». Su quali basi si appoggia questa sua convinzione? «Non si tratta solo di una mia convinzione, ma di una convinzione molto diffusa fra i climatologi. Ci basiamo sull’andamento degli indicatori di cui parlavo prima: la concentrazione di gas serra in atmosfera, lo scioglimento dei ghiacci cosiddetti “eterni” e le previsioni meteo di lungo periodo, secondo cui sta tornando El Niño e quindi nei prossimi due anni le temperature saranno più calde anche per questa ragione». Le emissioni di gas serra non stanno ancora calando? «No, purtroppo continuano ad aumentare, anche se il principale Paese emettitore, la Cina, sta per arrivare al picco e presto comincerà a calare. Dati i tempi lunghi di residenza della CO2 in atmosfera, però, quello che conta non è tanto l’emissione puntuale, quanto le emissioni cumulative. In altre parole, anche quando le emissioni cominceranno a calare, la concentrazione in atmosfera continuerà ad aumentare, perché ogni tonnellata emessa va ad accumularsi a quelle già presenti da un secolo e ad ispessire lo strato che causa l’effetto serra. Ora siamo a 430 parti per milione di anidride carbonica ed è già un valore limite. Non oso pensare alle conseguenze quando supereremo le 500 ppm. Ecco perché è così importante ridurre al più presto le emissioni, smettendo di bruciare combustibili fossili». Quali sono le previsioni sull’aumento delle temperature? «Da un recente sondaggio a cui ho partecipato, è emerso che secondo i maggiori esperti mondiali di clima non solo supereremo il limite dei 2°C, ma anche dei 2,5°C. Una previsione spaventosa, perché porterà molte parti del mondo a condizioni talmente estreme da renderle inabitabili. Già oggi a Singapore, con cui ho spesso a che fare per lavoro, è impossibile lavorare all’aperto fra le 12 e le 3 o le 4 del pomeriggio. Questo limita molto una serie di attività economiche, come le costruzioni». Per questo sono molto importanti le misure di adattamento... «Sì, bisogna assolutamente prepararsi a queste ondate di caldo, che saranno sempre più frequenti e prolungate. A Singapore, per esempio, piantano alberi dappertutto, persino sui tetti. Dovunque sia possibile far crescere una foresta, lo fanno, per ombreggiare e migliorare la qualità dell’aria. Dovremo cambiare anche da noi il nostro modo di costruire le città: aumentare il più possibile il verde, togliere l’asfalto, aprire corridoi tra i palazzi per far circolare l’aria, limitare il vetro e il cemento per realizzare case più fresche. E naturalmente ridurre le auto o almeno passare all’auto elettrica, e installare ovunque possibile impianti di energia da fonti rinnovabili, per tagliare la generazione da fossili». Lo stiamo facendo? «Non abbastanza. Sembra che il problema dell’emergenza climatica spunti soltanto quando ci sono ondate di caldo come quelle che stiamo vivendo, ma sparisca per il resto del tempo. Invece è molto urgente prepararsi a temperature peggiori di queste, altrimenti verremo travolti da situazioni drammatiche come quella della pandemia, a cui non eravamo minimamente preparati. In alcune città europee stanno cominciando a organizzarsi, ma siamo troppo lenti».









