Segui Il Giornale su Google Discover
Scegli Il Giornale come fonte preferita
Tira un'aria da corrida. Roberto Gomez, veterano giornalista spagnolo, entra a piedi uniti: "L'Argentina è la squadra più imbrogliona della storia del calcio". È il tema della vigilia, la guerra e la garra. Eppure il calcio spagnolo deve tutto ad un argentino, Alfredo Di Stefano, la saeta rubia che veniva da Barracas, un barrio di Baires e si era trasferito dal River Plate ai Millonarios in Colombia. Arrivato a Madrid, vestendo la camiseta blanca del Real, cambiò la storia, lo spirito, la filosofia del football spagnolo, calciatore totale, di intelligenza superiore tatticamente e di postura, abile in fase difensiva, superbo a centrocampo, finalizzatore decisivo epperò mai presente in un mondiale. Di Stefano fu il Verbo e, dopo Alfredo, altri argentini hanno lasciato memoria forte, da Helenio Herrera a Luis Cesar Menotti e Carlos Bilardo, intendo gli allenatori, con questi ultimi due, campioni del mondo, a rappresentare El Flaco l'ideologia di sinistra e El Narigòn la destra. Ma è folta la lista dei protagonisti in campo, con le magliette illustri di Real, Atletico, Barcellona, da Mario Kempes a Jorge Valdano, da Diego Simeone a Pablo Aimar, proseguo con Matias Almeyda e Ruben Ayala, Juan Barbas e Daniel Bertoni, Cambiasso e Di Maria, Gonzalo Higuain e Javier Mascherano, i due Milito, Gabriel e Diego, Oscar Ruggeri e Walter Samuel, Federico Redondo e Maxi Lope, Erik Lamela e Martin De Michelis, per salire con Diego Armando Maradona e Lionel Messi e ancora Nico Paz. Un teatro hollywoodiano, uno squadrone di figure che hanno davvero firmato un'epoca e che, tuttavia, hanno conservato il tatuaggio originario e originale del popolo argentino.













